mercoledì 15 maggio 2013

Che governo, dio Bonino! E che Siria! (e ancora Barnard)



Le azioni sono giudicate buone o cattive, non per i loro meriti, ma secondo chi le compie. Non c’è atrocità – tortura, incarcerazione, assassinio, strage di civili - che non cambi il proprio colore morale quando sia commessa dalla ’nostra’ parte. Lo sciovinista  non solo non disapprova infamie commesse dalla sua parte, ha anche una straordinaria capacità di neppure percepirle. (George Orwell)

Non mi sento obbligato a credere che  lo stesso dio che ci ha dotato di buonsenso, ragione e intelletto voglia che noi vi rinunciamo. (Galileo Galilei)

Ogni verità passa per tre fasi. Dapprima viene ridicolizzata, poi vi ci si oppone con violenza, infine la si accetta come evidente. (Arthur Schopenhauer)

Ricorrenze
La feccia criminale che, a partire dagli anni ’80 e dalla sconfitta dell’ultimo grande movimento di vita mondiale (rinato poi solo in America Latina e nelle resistenze dei popoli aggrediti), buttata la maschera dei travestimenti antifascisti e democratici, ha impestato l’Occidente e azzannato il resto del mondo, ha celebrato in pompa magna la dipartita di due suoi capitani di ventura, purtroppo giustiziati solo dal tempo: Margaret Thatcher e Giulio Andreotti. Di entrambi questi pendagli da forca e analfabeti culturali l’attuale Letta-Lecca si dichiara discepolo venerante. Entrambi stragisti sociali e biologici, terroristi della primora, perciò collocati appropriatamente nel panteon della civiltà più sanguinaria  e cialtrona di tutti i tempi e paralleli. Un ministro degli interni, con nessuna qualità che non il vezzo di Venere e la propensione del sicario, ulula che sparatori di mortaretti “volevano uccidere”. E, tosto, i giudici della Cancellieri gli danno dentro con tale imputazione. Abbiamo davanti cinque anni di inciucio mafioterroristico da sorci verdi. A meno che non ci rendiamo conto che siamo più di loro.

martedì 30 aprile 2013

DA BOSTON A ROMA (e poi il Barnard disvelato)


ROMA COME BOSTON? 
IL BARNARD DISVELATO

Nella nomina a presidente del consiglio di un membro del Bilderberg il 25 aprile è morto;….nell’informazione corrotta il 25 aprile è morto… nel tradimento della Costituzione il 25 aprile è morto… nella rielezione di Napolitano e il passaggio di fatto a una repubblica presidenziale il 25 aprile è morto… nei disoccupati, nelle fabbriche che chiudono, nei tagli alla scuola e alla sanità il 25 aprile è morto… nei piduisti che infestano il parlamento e la nazione il 25 aprile è morto… nelle ingerenze straniere il 25 aprile è morto, nella perdita della nostra sovranità il 25 aprile è morto…nella trattativa Stato-mafia il 25 aprile è morto…nel milione e mezzo di giovani emigrati per mancanza di lavoro il 25 aprile è morto…nel tradimento dei nostri partigiani il 25 aprile è morto …(Beppe Grillo, che, secondo il manifesto, ha insultato la Resistenza)


Da Boston a Piazza Colonna
Non sembra al momento possibile scegliere la carta giusta tra un attentatore disperato e demente  che a Piazza Colonna ferisce carabinieri a due passi, volendo uccidere politici dietro mura spesse due metri, e un attentatore disperato e demente che qualcuno ha manovrato perché anche in Italia, sul modello della Grande Madre, si verificasse l’effetto Boston. Effetto Boston che poi è l’effetto di tutte le operazioni analoghe, da Piazza Fontana alle Torri Gemelle, che siano condotte da detriti umani robotizzati, da lucidi dinamitardi di regime opportunamente mimetizzati, o da supertecnologici apparecchi comandati a distanza.

venerdì 26 aprile 2013

L'11 SETTEMBRE DI BARACK OBAMA (e il terrorismo in Iran, in Siria, in Saviano e nel manifesto)



Possiamo facilmente perdonare un bambino che ha paura del buio. La vera tragedia nella vita sono gli esseri umani che hanno paura della luce. (Platone)

C’è un qualche senso nel dibattito pubblico in una società dove a pochissimi è stato insegnato come pensare, mentre a milioni è stato insegnato cosa pensare? (Peter Htichens)

Le forme peggiori di tirannia , e certamente quelle di maggiore successo, non sono quelle contro le quali ci battiamo, ma quelle che si insinuano nell’immaginario della nostra coscienza e nel tessuto delle nostre vite, in modo da non essere neppure percepite come tirannia. (Michael Parenti)

E’ talmente nauseabonda la carcassa della politica italiana, nella quale l’unico lembo vivo, non ancora affetto da cancredine, che emerge sopra le larve e sopra l’agitarsi parallelo dei dietrologi da strapazzo, è la pattuglia del M5S (che, appunto non proviene dalla politica politicante, ma dalla “comicità” e dai territori delle lotte), che stamane preferisco occuparmi di Boston, alias l’11 settembre di Barack Obama.
Partigiani e carogne

Ma un accenno al volo alle oscenità nazionali lo voglio fare. Ieri, nel “Servizio Pubblico” di un Santoro che precipita sempre più nella servizievole sterilità di un cerchiobottismo funzionale al regime, in cui si riscattano solo l’impareggiabile giustiziere Travaglio e, occasionalmente, un fuoricoro come Landini, ha svolto il suo compitino il solito Saviano. Chiamato, nientemeno, a celebrare il 25 aprile. Compitino che ha svolto per la piena soddisfazione dei mandanti Mossad-Cia. I partigiani, vincitori del 25 aprile, quelli di cui Grillo ha correttamente denunciato il tradimento da parte di tutti i corifei della giornata, venivano da quella testa di morto ricondotti nella biasimevole condizione di “violenti”. L’alternativa giusta e buona usciva dall’esaltazione di chi al carnefice del Cile, Pinochet, aveva opposto ben altro strumento di resistenza e riscatto: un gruppetto di inoffensivi squinternati che contro le stragi di un divertito dittatore installato dagli USA (mai menzionati!), proponevano “l’allegria”. Allegria come precursore dell’ ”altro mondo possibile”, poi offerto agli sghignazzi dei necrofori capital-imperialisti in marcia sul mondo dagli utili idioti e amici del giaguaro di Porto Alegre e dei Forum Sociali Mondiali. A questo PR dagli occhi di cobra della criminalità politica organizzata hanno immediatamente risposto, con una battaglia durata 24 ore, gli allegrotti di Madrid, in assedio, con corpi e strumenti, ai covi degli equipollenti di Spagna dei nostrani PD e PDmenoelle.

domenica 21 aprile 2013

GENIO E SREGOLATEZZA




Non è l’uomo che ha tessuto la tela della vita. Non ne siamo che un filo. Ciò che facciamo alla tela, lo facciamo a noi stessi. Ogni cosa è collegata. Tutto è connesso. (Capo Pellerossa Duwamish)

Vorrei che coloro che mi hanno sbertucciato per sostenere io, con le opportune riserve, il MoVimento 5 Stelle e Grillo, leggessero il lungo saggio di Michele Nobile sul sito di Utopia Rossa. Finalmente qualcosa in profondità, scritto con le armi della critica non prevenuta, né incistata nella rancorosa e invidiosa gelosia dei sopravvissuti alla catastrofe e alle mille rese della sedicente sinistra. Condivido molto di quel testo, escludendo certe carenze relative ai contenuti politici dei pentastellati, certa sottovalutazione dell’innegabile golpismo strisciante in atto da noi come in gran parte dei paesi subalterni agli Usa e certo disprezzo per i processi elettorali e referendari. Su questi la pensavo anch’io così fino a quando in America Latina, a partire dal Venezuela, non si  sono viste istanze rivoluzionarie, per ora realizzate in forma di riformismo radicale, che avanzano attraverso il voto, voto sostenuto peraltro da forti mobilitazioni di massa.

martedì 16 aprile 2013

MOMENTACCIO




Ora si tratta di vedere quale coniglio tireranno fuori dal cilindro della maratona di Boston. E speriamo che coloro, anche noialtri, che da una vita, o almeno dall’11 settembre e successivi Londra, Madrid, Casablanca, Amman, Mumbai, Bali, mettono a repentaglio l’idea che il volgo ha della loro-nostra sanità mentale, aguzzino l’ingegno, la memoria (perlomeno fino a Pearl Harbour, Golfo del Tonchino, Piazza Fontana) e la consapevolezza della mostruosità dei regimi occidentali.
Solo così si potrà dire qualcosa di assennato e istruttivo sulle tre bombe, gli altrettanti morti e i 150 feriti degli attentati che hanno dato una lezione alla città considerata la più “liberal” (sinistroide) degli USA. Solo così si potrà porre qualche argine di razionalità alle ciance propagandistiche che già si sentono rigurgitare, eterno, logoro mantra, dalle solite fonti. A partire da quella Giovanna Botteri che nel TG3 del 15 aprile sera, primatista della notizia bostoniana, rinverdiva i fasti velinari che, dal Kosovo attraverso l’Iraq, a dispetto delle abissali sconoscenze, dei difetti di dizione e del linguaggio liturgico, l’hanno posizionata al livello più alto dei corrispondenti RAI, nonchè degli apprezzamenti del pluriassassino nella Casa Bianca. Del quale in ogni servizio si fa svenevole gheisha.

venerdì 5 aprile 2013

PAROLE NON TANTO STUPIDE SU GRILLO (aspettando "Target Iran")



Una stampa cinica, mercenaria, demagogica produrrà nel tempo una società altrettanto degradata. (Joseph Pulitzer).

Non temere il nemico, il nemico ti può togliere solo la vita. E’ molto meglio temere i media, giacchè essi ti ruberanno l’onore. Quell’ orribile potere, l’opinione pubblica, viene creata da un’orda di sempliciotti ignoranti e narcisisti che, non riuscendo a zappare o a fare i ciabattini, evitarono l’ospizio dedicandosi al giornalismo. (Marc Twain)

Dedicato a coloro che spapagallano le cose su Grillo e il M5S che vengono diffuse da chi né è terrorizzato.

Cari interlocutori, ci sarebbero parecchie cose su cui intrattenerci, tipo le provocazioni che gli Usa, con il cagnolino sudcoreano al guinzaglio, stanno perpetrando contro la dignitosissima Corea del Nord allo scopo di giustificare la mastodontica militarizzazione in atto in Sudcorea, nel quadro dello spostamento strategico verso il Pacifico deciso dal serial killer Obama in vista dell’aggressione alla Cina. Quelle che, con toni di rampogna e panico, i media, il moderato manifesto in testa, definiscono le “minacce e provocazioni di Pyongyang” equivalgono alle provocazioni “giapponesi” a Pearl Harbour, “vietnamite” nel Golfo del Tonchino, “Al Qaida” l’11 settembre e poi a Londra e Madrid, “serbe” a Racak in Kosovo o a Srebrenica.. Aspettiamoci un remake.

sabato 23 marzo 2013

La Cupola incorona l'anti-Chavez




Le peggiori forme di tirannia, o certamente quelle di maggiore successo, non sono quelle contro le quali ci battiamo, ma quelle che si insinuano nell'immaginario della nostra coscienza e nel tessuto delle nostre vite, al punto da non essere percepite come tirannie. (Michael Parenti) 

In fretta e in breve, cari interlocutori, perché sono tuttora e per un bel po’ impelagato con il docufilm sull’Iran che, vi prometto, sarà una bomba. Ma mi premevano dentro alcune urgenze.

Questo paese di santi e basta, con la sua venerazione per certi nuovi arrivati, è sprofondato in una palude di sciroppo andato a male. Come sempre, quando c’è unanimità nell’eulogia, o nella condanna, è la destra a finire sul podio. Il coro delle prefiche, dei corifei, dei turibolanti e sicofanti, capeggiato a sinistra dal “manifesto”, che ancora ci turlupina e insulta padri nobili, martiri e resistenti con la testatina “quotidiano comunista”, si è sdraiato a scendiletto sotto i calzari del papa cresciuto a tu per tu con chi torturava e lanciava dagli aerei le sue pecorelle smarrite. I suoi commenti al  prodigio della comparsa del nuovo Francesco,  su questo specchio da cui il riflesso del papa si proiettava accecante sul lettore, ha fatto arrampicare  i più illustri santoni del cattolicesimo sedicente di base. Da lissù hanno sparso sulle pagine oceani di brodo di giuggiole: l’italiano Raniero La Valle e il brasiliano Leonardo Boff. L’accredito esultante dato da quest’ultimo è un clamoroso esempio di sindrome di Stoccolma. Spretato e bastonato a sangue da una successione di pontefici che la religione interpretavano alla maniera di tutti gli aguzzini succedutisi nel tempo nello spolpamento dei latinoamericani, si è prostrato davanti a questa foglia di fico cristiana dei serial killer Videla e Massera, inneggiando al “papa dei poveri”. Ove si constata che un prete rimane pur sempre un prete e che la sua vocazione a spogliarsi di senno e dignità,  appiattendosi al fischio del padrone, è immarcescibile.

sabato 9 marzo 2013

CHAVEZ, E' L'ORA DI SCIACALLI E GRILLI PARLANTI





Come possiamo chiamarci ecosocialisti se non ci importa della vita degli ultimi. Dobbiamo amare e prenderci cura di tutti, compresi gli animali. (Hugo Chavez, raccogliendo un cane randagio)
Socialismo o barbarie, non c’è scelta per un rivoluzionario. (Hugo Chavez)


Di questa mia ex-collega al TG3 non varrebbe neanche la pena parlare. In qualche modo ci si insozza la penna. Dopo aver lisciato il pelo agli orchi in Kosovo, spappagallando di pulizie etniche come suggerite da Langley e come invece subite da una popolazione serba, o sterminata o espulsa, dopo essersi guadagnati i galloni Cia per l’ambito posto di corrispondente RAI a New York avallando le facezie e le infamie che dovevano portare all’uccisione dell’Iraq, la Botteri non poteva non essere la fiduciaria Cia-Mossad nel dramma venezuelano. Ieri, pure i più accaniti disinformatori e apostoli della dittatura del finanzcapitalismo, avevano dovuto riconoscere che quelle decine di milioni di popolo che, per tutte le lande dell’America Latina, con riverberi nel mondo intero, piangevano il comandante rivoluzionario e giuravano di proseguirne la missione, alla luce di una gioia che in passato solo nel 1789 e nel 1917 si era provata. Poi naturalmente, seguendo la traccia della velina che ne detta pensiero e verbo, avevano aggiunto ai dati inconfutabili del processo di liberazione delle masse la siringata di veleno del “caudillo”, dell’ ”autocrate”, dell’amico di personaggi “impresentabili” come l’iraniano Ahmadinejad, o Gheddafi, o Saddam.

giovedì 7 marzo 2013

NELLE TERRE DEI POPOLI DA NIENTE


Il vicepresidente del Venezuela, Nicolas Maduro, suggerito da Hugo Chavez come suo successore, ha assunto la presidenza della Repubblica Bolivariana. Elezioni presidenziali si terranno fra trenta giorni. 

Si scatena il Congresso USA contro il presidente eroe e martire qualificandoli di caudillo, dittatore, affamatore e oppressore del popolo, destabilizzatore dell'America Latina. Segno che l'imperialismo e la feccia reazionaria locale guidata da Capriles, sconfitto largamente alle ultime elezioni, si preparano a una nuova e più massiccia campagna di sabotaggio, destabilizzazione, golpe duro o morbido, come quelli attuati da Obama in Honduras e Paraguay. I media italiani, capeggiati dall'organo della cupola finanziaria criminale Sole-24 Ore, suonano la musica dettata dal padrone. Occorrerà tutta la vigilanza rivoluzionaria del popolo venezuelano e dei suoi amici nel mondo per contrastare e sconfiggere gli ennesimi crimini imperialisti contro la sovranità, l'autodeterminazione e il benessere dei popoli. 

mercoledì 6 marzo 2013

COMANDANTE HUGO CHAVEZ, PRESENTE!





Simón Bolívar, padre della nostra Patria e guida della nostra Rivoluzione, giurò di non dare riposo alle sue braccia, né dare riposo alla sua anima, fino a vedere l’America libera. Noi non daremo riposo alle nostre braccia, né riposo alla nostra anima, fino a quando non sarà salva l’umanità. (Hugo Chavez, 1954-2013)

Non si trovano parole che sfuggano a un’emozione incontrollata e, dunque, alla retorica. L’anima di colui che ha affrontato e vinto il mostro nel nome di noi tutti, vola oggi sul mondo e addolora e conforta l’umanità dei giusti, dei bastonati, degli sfruttati, dei dominati, dei rivoltosi, dei resistenti, dei rivoluzionari. Chiuso un secolo nella sconfitta e nell’abiezione, ha aperto un secolo, un millennio nuovi che, nel suo paese, nella nazione latinoamericana da lui avviata alla liberazione e all’integrazione, ha seminato vittoria dopo vittoria: Alba, Unasur, Celac, Mercosur. Popoli alfabetizzati, sottratti alla povertà e al dominio di necrofori, per la prima volta dal loro sterminio padroni della salute e della conoscenza e, soprattutto, restituiti alla dignità, alla libertà, a quel presente-futuro che secoli di predazioni e stupri europei e nordamericani, di servilismi di sguatteri tiranni, avevano conculcato. Un piccolo uomo gigante, un soldato di un piccolo popolo gigante, valoroso e indomito, divenuto, con lui per motore e faro, avanguardia dell’umanità sofferente, a dispetto di quanto contro di essa i licantropi stragisti del Nord progettano e praticavno con gli strumenti della loro infinita voracità e della loro satanica ferocia.

Ho potuto guardare in faccia quell’uomo, l’ho potuto toccare, gli ho potuto parlare, l’ho ascoltato e i ricordi coltiveranno fiori nella mia anima. C’erano stati, nel 2002, dopo il colpo di Stato Usa, i lunghi mesi del sabotaggio economico allestito dagli esqualidos, affannati al recupero di un servaggio nutrito dei resti della tavola dei predatori. Nei llanos di un latifondo che riduceva i campesinos ai margini della vita e negli interrati senza luce di un destino immutabile, il comandante Chavez venne a offrirgli il fucile della sua nuova costituzione, che sta alla glorificata nostra come un purosangue sta a un mulo. La costituzione dell’uguaglianza, valida per tutti, indigeni, donne, bambini, vecchi. Decine di migliaia di contadini si videro restituire la terra, con tutti gli strumenti per farne sovranità alimentare per sé e per tutti. Insieme con l’uomo più trasudante del carisma dell’onestà, dell’intelligenza, della bellezza di parola e spirito, cantarono Viva el bravo pueblo”, l’inno nazionale, il retaggio e la promessa di Simone Bolivar, primo padre della Patria Grande.

A Caracas, negli stessi giorni della vendetta dei ratti sconfitti, il volto di Hugo Chavez guidava dai cartelli, dalle bandiere, dagli striscioni, ma più ancora dall’immaginario collettivo di una folla di proletari, donne in testa come in tutti i teatri della resistenza umana, lo scontro con schiere di signori, signore, giovinastri fichi dei quartieri alti. Scontro che veniva risolto, presto in modo definitivo con la vittoria sul paro padronale, dall’unità di milioni di cittadini con il loro esercito divenuto, nel corso dei lunghi anni del lavoro clandestino del capitano Chavez, esercito del popolo. Da un lato del ponte che vedeva opposte le forze dell’abuso e della giustizia, insieme ai militari, si cantava El pueblo unido jamas serà vencido. E l’uragano sonoro correva giù per il ponte ad annichilire ingiurie, livori, iattanze.

Ranchitos si chiamano in Venezuela le favelas. Quelle della casupole e baracche senz’acqua, luce, fogne, lavoro, presenza, con cui la classe vampira, proconsole dei diffusori imperiali di miseria e ignoranza, aveva butterato le alture di Caracas. Venne Chavez, abbattè i tuguri e consegnò titoli di proprietà a chi non aveva mai avuto altro che i suoi stracci, garanti di esclusione dal consesso umano. Abbracciò e baciò donne e vecchi restituiti alla cittadinanza e tra i suoi baci e quelli che da noi vengono elargiti dai potenti a sudditi offerti in pasto a ipocrisia e illusione, correva la stessa distanza che corre tra la leonessa col cucciolo in grembo e i baci di vasa vasa Cuffaro., o le carezze di Monti al cagnolino elettorale.

Poi c’è stato “L’Incontro Mondiale degli Studenti e della Gioventù” e, dal podio del Tribunale Antimperialista allestito dal Venezuela in travolgente marcia, alle migliaia di giovani accorsi da cento paesi per legarsi al filo rosso della rivoluzione, Hugo Chavez gridò parole che poi sono riverberate nelle piazze del mondo, dal Cairo a Lisbona, da Atene a Roma, da Santiago del Cile a Madrid, dai resistenti delle patrie azzannate o maciullate in Libia, Siria, Mali, Afghanistan, da un capo all’altro di un pianeta sollecitato dal sisma chiamato rivoluzione bolivariana. L’avevano vista, udita, vissuta quella rivoluzione, avevano visto che ridare alfabeto, istruzione, sanità, casa, lavoro, cibo adeguato, ambiente, dignità, libertà, uguaglianza, era stato possibile, pur contro l’armamentario genocida dei mostri. Se l’erano portata a Piazza Tahrir, Piazza Syntagma, Plaza del Sol. Scintille di un incendio che del nuovo millennio farà un’araba fenice. Le parole di Chavez erano O socialismo o barbarie, La condizione più alta dell’essere umano e quella del rivoluzionario. Noi saremo rivoluzionari sempre! In piedi, a migliaia, a pugno chiuso abbiamo ripetuto quelle parole. E qualcosa a casa ci siamo portati.

In Latinoamerica, in Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, in Uruguay, nel Paraguay e nel Honduras non piegati dai colpi di Stato di Obama, ma anche tra le masse di Argentina, Brasile, Colombia, tra gli studenti che in Cile hanno saputo coinvolgere un’ intera società, tra quei popoli nativi, come i Mapuche o i Lenka, che non si sono fatti strumentalizzare in chiave sediziosa e separatista dai complotti destabilizzanti israelo-statunitensi, Hugo Chavez ha diffuso quel seme della speranza e della fiducia che aveva colto nella lezione di Bolivar, Martì, dell’amatissimo Gramsci, del  Fidel rivoluzionario.

In Venezuela si è convinti che a Chavez e, come a lui, a molti altri governanti latinoamericani affetti dal cancro, siano stati i serialkiller Usa a inoculare il male. Negli Stati Uniti, nel nome del Freedom of Information Act, si va esigendo che siano pubblicati i documenti attinenti alla innumerevoli cospirazioni di Washington contro la vita di Hugo Chavez che si sa comprendono tentativi di assassinio. L’accusa ha il suo fondamento nella pratica omicida che i governi Usa (e israeliano) hanno condotto dalle origini, contro chiunque si ponesse sulla  loro strada e volesse riscattare la sua gente, l’umanità: Lumumba, Sankara, Milosevic, Allende, Arafat, Panagulis, Saddam, Gheddafi, Lincoln, John Lennon… Il sangue delle loro vittime li ha marchiati di un morbo che è mille volte più letale di quello inflitto a Chavez, ma fluisce oggi nelle vene di chi non li ha dimenticati e, per proprietà transitiva, perfino in quelle di chi non li ha mai conosciuti, ma dal loro spirito è stato invaso.

Possono ucciderci, uno dopo l’altro, ma non ci possono uccidere tutti. Lo hanno dimostrato i partigiani, prima di essere traditi. Lo stanno dimostrando i popoli dell’America Latina che, con gli assedi di massa, la forza dei loro corpi e strumenti, nuotando attraverso laghi di sangue, hanno raggiunto l’altra riva. E anche i popoli non lontani da noi che, resistendo a ogni congiura, a ogni efferatezza, sanno che non finirà così. Lo dobbiamo imparare noi cogliendo il vento di quell’anima del mondo che si chiama Hugo Chavez. Se lui è morto combattendo per noi, noi possiamo morire per quanto ci ha insegnato.