sabato 21 maggio 2016

Marco Pannella, ti saluta Salvatore Vacca



Marco Pannella, miliziano croato
  
Ante Pavelic, dittatore Ustascia


Il non-violento Marco – Giacinto – Pannella, vestito da miliziano in Croazia, alla vigilia dell’eliminazione dall’Europa e dalla geografia mondiale della Jugoslavia, invisa ai nonviolenti e pacifisti Nato, Germania, Israele, Arabia Saudita, Al Qaida e Vaticano.

Ciarlatano? Guru? Uomo per ogni stagione?. Nonviolento? Quanto lo sono Hillary Clinton o Benjamin Netaniahu? Laico, anticlericale, illuminista? Martire dell'anticonformismo, o eroe del conformismo anti?  Secondo il Fatto Quotidiano muore invocando la croce da Don Paglia, capo dei colonialisti di S. Egidio, manifestando amore per il monarca assoluto del Vaticano, il clerico più clerico di tutti.

giovedì 19 maggio 2016

METROJET, EGYPT AIR, REGENI. Gli assassini dell'Egitto. Utili idioti, amici del giaguaro.

.

Nella tattica del terrorismo aereo di Stato, scatenato contro i paesi islamici a partire dai missili travestiti da aerei dell’11 settembre, rilanciato contro la Russia dal MH17 malese abbattuto sul Donbass nel luglio 2014, l’Egitto è al momento il target privilegiato. E possiamo con tranquilla sicurezza dire, parafrasando Pasolini, che noi sappiamo, pur non avendo altre prove che l’identità, la pratica storica e gli interessi del colpevole. Chi, l’ottobre scorso, ha fatto esplodere sul Sinai il Metrojet russo in volo da Sharm el Sheik  con 224 persone a bordo ha colpito la Russia, antagonista globale e particolarmente vincente in Siria, insieme all’Egitto, dove un’insurrezione di 30 milioni di cittadini aveva eliminato dalla scena il Fratello Musulmano Mohamed Morsi e aveva sancito nel successivo voto la vittoria del generale Abdel Fatah Al Sisi. E qui colui che aveva collocato la bomba sull’aereo è stato catturato: un jihadista dell’Isis, vale a dire un miliziano del ramo terrorista della Fratellanza.

martedì 17 maggio 2016

UNA LUCE IN AFRICA: Eritrea, nozze d'argento con la libertà



(Tra parentesi riferisco con gioia che il mio precedente articolo “Eritrea, ce ne fossero!” ha raccolto un numero spropositato e superiore al solito di attenzione e consensi, sia nei commenti al blog, sia in Facebook, sia per email e sms. Segno che non tutti e, forse, neanche tanti, si rendono vittime o complici delle campagne di diffamazione che da anni vorrebbero colpire questo paese libero, indipendente e disobbediente. C’è luce in Africa, ma anche in fondo al tunnel).

Il 22 maggio in Italia, nelle varie città dove è concentrata la diaspora eritrea, e il 24 maggio in Eritrea, 5 milioni e passa di cittadini di quel paese celebrano trent’anni di lotta armata di liberazione, una strepitosa vittoria contro i colonialismi congiunti etiopico, statunitense, italiano e britannico, un quarto di secolo di libertà di una nazione pacifica, coesa, multietnica, multireligiosa e di resistenza vittoriosa ad aggressioni e ingerenze neocolonialiste e imperialiste.

Una luce per i popoli dell’Africa sottoposti ad aggressioni militari o economiche, devastati dai predatori multinazionali, oppressi da fantocci asserviti al controllo e allo sfruttamento neocoloniali, incaprettati militarmente da basi e forze d’occupazione euro-atlantiche, strangolati da debiti-capestro inflitti dagli organismi finanziari e commerciali internazionali. Tutte catene di cui l’Eritrea si è liberata e resta libera.

sabato 7 maggio 2016

ERITREA, CE NE FOSSERO!



Tornare in Italia dopo un paio di settimane in giro per l’Eritrea è come sprofondare da una passeggiata a pieni polmoni nel bosco all’alba, tra canti di uccelli e rigogli di fioriture, nell’apnea dentro a uno stagno putrescente. Tutto, da limpido e trasparente, diventa torbido e opaco, nelle parole e nelle  immagini. Rientriamo a Mordor, il tetro impero della menzogna e del sopruso. Ancora le gigaballe su Regeni e Al Sisi, ancora i turpi inganni su Aleppo, ancora l’Isis che o accettiamo un regime cripto nazi, o ci fa saltare per aria tutti, ancora i ciarlatani nei palazzi del potere….

Con i guerriglieri lotta armata per la liberazione
C’ero già stato, in Eritrea, diverse volte. Come sempre da non-nonviolento. La prima, appena scelto di fare il corrispondente di guerra da freelance, dopo aver coperto la Guerra dei Sei Giorni in Palestina per Paese Sera. I miei territori d’elezione erano quelli dove ancora non era finita la lotta di liberazione dal colonialismo, non-nonviolenta e perciò vittoriosa: Palestina, Irlanda del Nord e, appunto, Eritrea. Eritrea che avrebbe dato vita alla più lunga lotta di liberazione di tutta la decolonizzazione: 1961-1991. Il classico Davide, tutto solo, contro il Golia etiopico che aveva alle spalle, prima, tutto l’Occidente imperialista e, poi, tutto l’Oriente “socialista” e che già aveva subito, dal 1890, l’offesa del colonialismo italiano, quello degli “italiani brava gente”, brutale, razzista e predatore, poi, dal 1941, quello britannico e, infine, l’annessione all’impero di un manigoldo genocida, ma caro all’Occidente, Hailè Selassiè, re dei re. Da qualcuno, animato da appettiti neocoloniali, incoronato “padre dell’Africa”.

sabato 16 aprile 2016

ARRIVEDERCI!



Ma chi, se è un uomo, può ammettere che essi sprofondino nelle ricchezze e che sperperino nel costruire sul mare e nel livellare i monti e che a noi manchi il necessario per vivere? Che essi si vadano costruendo case e case e l’una appresso all’altra e che noi non si abbia in nessun angolo un tetto per la nostra famiglia… Ma io mi sono assunto, come è mio costume, la causa generale dei disgraziati”. (Lucio Sergio Catilina, candidato console, 1.giugno 64 a.C)

Questa è, per un paio di settimane, l’ultima mia apparizione in rete. Vado fuori Italia per un nuovo lavoro giornalistico e documentaristico dal Sud del mondo.
L’ambiente in cui mi troverò non è internet-friendly, come dicono i vernacolari.  Siccome mi muovo, c’è poco internet, come diciamo noi sempliciotti. Per cui sarà difficile scambiarci messaggi. Spero comunque di trovare il modo di andare ogni tanto sulla posta. Per cui vi chiedo di mandarmi solo messaggi urgenti e che richiedono risposta sollecita, che non so se potrò inviare.
Ma non cascherà il mondo. Ci risentiamo ai primi di maggio.


Non potrei chiudere senza rompervi gli zebedei con un invito scontato: domenica il voto SI contro la guerra all'Italia dei petrolieri e dei regimi asserviti, guerra al mondo, al futuro. Sembra una questione piccola, le trivelle a scadenza, ma investe un tema epocale, quello della sopravvivenza dei viventi, del loro ecosistema e habitat sociale, culturale, della salute, della bellezza. Si parte con un piccolo passo, ma per una maratona che ci dovrà dare la medaglia d’oro. E anche se non si arriva al quorum, grazie alle manovre di questi banditi e magliari, se i SI sono tanti, nella faccia di tolla di Renzi si aprirà una fessura e tutto il verminaio entrerà in fibrillazione.


Un pensiero all’acido solforico anche a quei giudici che ieri, alla Corte d’Assise di Varese, hanno assolto i carabinieri e poliziotti che, dopo averlo arrestato, hanno consegnato Giuseppe Uva a brandelli all’ospedale dove è morto. Una volta di più, come Aldovrandi, Magherini, Cucchi, un sacco di neri in America, quello sconsiderato di Uva s’è ammazzato di botte da solo per far dispetto ai suoi carcerieri. Sempre più dagli Usa prendiamo e esaltiamo il meglio. Poi ci permettiamo di sbertucciare gli egiziani.

E, a proposito di Stati Uniti, è con una certa soddisfazione che abbiamo registrato l’ululato di odio e aggressività del New York Times e del Washington Post contro l’Egitto di Al Sisi e di passione amorosa per i Fratelli Musulmani. Dimostrazione di quello che abbiamo detto fino a stressarvi. Niente di nuovo. E’ da sempre che i colonialisti, i neocolonialisti, gli imperialisti, fanno affidamento sui Fratelli musulmani per intorbidire con l’oscurantismo e la dittatura del fanatismo religioso le menti degli arabi e per minare, dal fondo degli animi  delle persone e dalle proprie fucine di terrorismo bombarolo, ogni avanzata, o difesa, della liberazione nazionale e della costituzione in unità laica e progressista dei popoli.
In nessun stato vassallo Usa c’è l’Isis. In tutti gli Stati non obbedienti agli Usa c’è l’Isis.

Dall’anatema contro Al Sisi e dal rimpianto per i FM d’Egitto  (tutto sulla base di inconfutabili fonti come Amnesty, HRW, Soros, anonimi vari), come dal parallelo sostegno ai FM, sotto spoglie “politiche” o terroristiche, in Libia, Siria, Egitto, paesi africani vari, Europa, è facile dedurre chi sta dietro all’operazione anti-egiziana "Giulio Regeni" (il giovanotto che lavorava a Londra per due pendagli da forca, McColl e Negroponte, nell’impresa di spionaggio “Oxford Analytica”), chi dietro al sabotaggio dei rapporti italo-egiziani, chi dietro all’esclusione dell’Egitto dallo scenario libico, nel quale la frantumazione del paese deve essere condotta in perfetta sintonia, grazie al pretesto Isis, dai Fratelli e dai loro sponsor storici euro-atlantici.

In questa simpatica combriccola ha, pur nel suo piccolo (ma l’ENI lo sostiene con paginone pubblicitarie che spergiurano sulla propria probità, mentre la magistratura ne arresta schiere di dirigenti per aver dolosamente avvelenato la Basilicata e i lucani), un ruolo significativo “il manifesto”. Sapete cosa fa il cùculo? Lo scaltro saprofita, approfittando della disattenzione dei titolari, depone le sue uova nei nidi di altri uccelli. Poi nascono cuculini che buttano dal nido i pulcini legittimi. E mamma e papà degli spodestati  imbeccano gl usurpatori pensandoli figlioli propri. Sono quelli che comprano il giornale, compreso me. Tommaso De Francesco, Michele Giorgio, Chiara Cruciani, Giuseppe Acconcia e affini che schiamazzano su Al Sisi e Regeni, sono i cuculoni spuntati dalle uova infiltrate nel nido di una Sinistra distrattona, forse narcotizzata, dalla cucula dal bel manto a stelle e strisce e con la croce di David.

Infatti cinguettano, e con grande foga, la stessa identica musica suonata sullo spartito Regeni dai cimbali e tromboni di guerra dei più screditati bugiardi del bellicismo mediatico Usa: CNN, New York Times (house organ di Sion), Washington Post (house organ dei Neocon) E poi, dai pupazzetti ventriloqui nostrani, come Mattarella, l’ex-capetto di Lotta Continua (uno di quelli…) che campa sui carcerati, Luigi Manconi, lui e altri che, occhi iniettati di sangue, sollecitano sanzioni agli egiziani (e magari,dopo, bombe: è questa la sequenza), quel capo della Tavola della Pace, il cui nome mi fa un po’ nausea pronunciare, che ad Assisi, con quei frati rotti a ogni tradimento del fondatore, corrompe scolaresche con la montatura Regeni… Tutti spuntati dall’uovo di cùculo. Anche Vauro, nove volte su dieci ci prende, una volta su 10 fa pena e ribrezzo. Come nella vignetta di Grillo dopo la scomparsa di Casaleggio. Vauro insiste a dirsi comunista. Un comunista non tipo "manifesto" non l'avrebbe mai fatto.



E noi? Siamo quelli sbattuti dal nido che pigolano là sotto, tra le foglie secche di un inverno che non dà cenno di finire. 

domenica 10 aprile 2016

CAIRO-ROMA: come tagliarsi le palle e vivere felici



Poi gli uomini di Stato inventeranno basse bugie e daranno la colpa alla nazione sotto attacco e tutti saranno soddisfatti di queste falsità che placano la coscienza e le ripeteranno diligentemente e rifiuteranno di prendere in considerazione qualsiasi refutazione. E così si convinceranno un po’ per volta che l’aggressione è giusta e ringrazieranno il Signore per il buon sonno di cui godono grazie a questo processo di grottesco auto-inganno.” (Mark Twain)

E così, dopo la Jugoslavia delle nostre più belle vacanze e di una speranza di non finire mangiati vivi dal Moloch finanzcapitalista e dalle sue guerre infinite; dopo l’Iraq che ci comprava le navi, che faceva lavorare alla grande la Saipem e ci forniva ottimo petrolio; dopo la Libia che ci accendeva i fornelli, le lampadine, i caloriferi, ci rendeva amica l’Africa, e salvava dalla bancarotta le nostre migliori aziende; dopo la Siria, di cui eravamo il terzo partner commerciale; dopo l’Iran per ora non ancora ricuperato al ruolo di nostro secondo fornitore di idrocarburi e primo acquirente di prodotti, ci siamo giocati anche l’Egitto insieme al quale avremmo dato scacco matto a tutti i concorrenti mediterranei ed europei. E avremmo evitato di impelagarci in una guerra in Libia.

A Parigi, Londra, Washington, Tel Aviv, Ankara, dove fino a ieri si infilavano spilli nella coppia di pupazzetti Al Sisi-Renzi e se ne bruciavano le effigi con le formule di rito, in tutti i comandi Nato, dal comandante in capo all’ultimo maresciallo di fureria, da quando si è saputo dell’esito dell’incontro inquirenti egiziani-inquirenti romani e del ritiro del nostro ambasciatore al Cairo, sono in corso baccanali a base di caviale e champagne. Il che non impedisce che si elevino inni ai Fratelli Musulmanii, ai loro operativi bombaroli e alla liberazione dell’uomo nel nome della Sharìa. Prossime mosse: Egitto fuori dalle palle in Libia, sanzioni UE e poi ONU, rivoluzione colorata, attacco finale all’ultimo Stato nazionale arabo non normalizzato da squartare. Idrocarburi e Canale affidati a chi di dovere. Italia con i pantaloni alle caviglie e il tatuaggio “Enrico Mattei” sradicato.Tutto questo sempre che Al Sisi non si ravveda tempestivamente, si disponga prontamente a mettere in quarantena l'ENI rispetto al giacimento Zhor e non la sostituisca con la British Petroleum (BP), che del resto è già sul posto ed ha già incominciato a firmare contratti con il Cairo

giovedì 7 aprile 2016

PANAMA (CIA MOSSAD AND SOROS) PAPERS


Anzitutto un grato saluto ai ragazzi napoletani che hanno difeso mercoledì la loro città dall’intrusione di avvoltoi e cannibali pronti ad affondare gli artigli su Bagnoli (gli stessi dello stupro della Basilicata).


Dei 2,6 terabyte di carte di Panama, uscite da una gola profonda dello studio legale israelita (sempre loro) Mossack Fonseca, la stampa pseudo-liberal e Nato-friendly, come il britannico Guardian, il tedesco Sueddeutsche Zeitung, l’italiano Fatto Quotidiano, con appresso tutto il codazzo dei vivandieri mediatici dell’Impero, hanno tratto con entusiasmo orgasmatico un gigantesco dito puntato su Vladimir Putin. E tutti si sono messi ordinatamente in fila a guardare il presidente russo. Che poi non c’era nemmeno. Semmai c’erano alcuni russi, musicisti e faccendieri, di cui ci si immaginava che potessero essere del “cerchio magico dello zar”. Ma che importa. Il ragazzo di bottega della lobby, Leonardo Coen, discepolo del guru sionista Furio Colombo, che detta la politica estera del Fatto, dal mare magno di 11 milioni di carte ha astutamente pescato il pescione che non c’era, appunto Putin, e l’ha messo venti volte nelle sue 2mila parole. Poi l’ha inciso a lettere di fuoco nel titolone e, a coronamento, con tanto di fotina, su una mappa del globo al centro della Russia, unico che nei papers non c’è tra tante fotine di gente che c’è. E’ così  che i presstituti ti educano il pupo.

martedì 5 aprile 2016

ERITREA VERA, ERITREA LIBERA

 
Questo è il link del mio intervento al Congresso 2016 dell'YPFDJ eritreo.

Ho avuto il privilegio e l'onore di essere invitato al congresso 2016 dell'YPFDJ, i giovani eritrei del Fronte per la Democrazia e la Giustizia, svoltosi a Montesilvano (Pescara) alla fine di marzo. Tra le mie esperienze di inviato di guerra spiccano quelle - frequentate da pochissimi giornalisti per lo scontato motivo dell'isolamento strumentale dell'Eritrea libera, rotto soltanto da campagne di falsità e diffamazioni - accanto al movimento di liberazione dell'ex-colonia italiana, poi britannica, poi etiopica. Qui ascoltate il saluto che mi è stato chiesto di portare a 450 delegati dell'YPFDJ, venuti da tutta Europa e dalle Americhe, riuniti per sostenere la rivoluzione del loro paese e diffonderne la verità contro tutte le menzogne e le cospirazioni dei neocolonialisti che dell'Eritrea non tollerano l'esempio e il contagio di nazione multietnica, multiconfessionale, indipendente, antimperialista. Un esempio e una speranza per tutti i popoli del mondo amanti della libertà.

Dopo aver resistito al colonialismo italiano, poi a quello britannico, poi a quello genocida etiopico (con il sanguinario imperatore schiavista Haile Selassié e l'altrettanto sanguinario dittatore "comunista" Menghistu), una lotta armata durissima di ben trent'anni, dal 1961 al 1991, contro forze sistematicamente soverchianti e sostenute dalle grandi potenze, è riuscita a trionfare, a cacciare dal paese gli occupanti, a conquistare libertà e indipendenza. Un successo che, come nel caso di altri popoli liberatisi del colonialismo, Iraq, Siria, Libia, non è mai stato perdonato  dagli antichi padroni coloniali ai quali si sono poi aggiunti quelli nuovi dell'imperialismo. 
Alle scandalose sanzioni che l'ONU, braccio "umanitario" dell'imperialismo, ha inflitto all'Eritrea per non essersi piegata questa nazione alle logiche e alle imposizioni del neocolonialismo e aver scelto una propria strada per il progresso, la giustizia sociale, lo sviluppo, si sono presto affiancate le campagne di menzogne e diffamazioni che le potenze occidentali ordinano a una stampa complice e servile nei confronti di popoli e direzioni politiche disobbedienti. Mentre si dà voce e smisurato risalto a chi emigra dall'Eritrea per le inevitabili difficoltà economiche determinate dalle sanzioni e dall'assedio (anche bellico: due guerre d'aggressioni etiopiche, su mandato Nato) e, ricattato dall'asilo politico e dalla possibilità di sopravvivenza, dichiara quanto i nemici del suo paese vogliono sentirsi dire, censura totale chiude la bocca ai milioni di eritrei che sostengono la loro patria e la sua leadership.

Ci sarà modo, molto presto, di svergognare chi specula sulle difficoltà di persone che non sono che le vittime della persecuzione inflitta al loro paese dai soliti noti. L'Eritrea è un paese piccolo e senza grandi risorse. Ma è grandissimo di orgoglio e volontà. Ce l'ha fatta a vincere una guerra di liberazione durata trent'anni e a restare libero per il quarto di secolo successivo. Quest'anno celebra le nozze d'argento con la libertà. C'è motivo perchè tutto il mondo festeggi 

This is the link for the salute I had the pleasure to deliver to the YPFDJ Conference. And the following is the statement I circulated to the press and my contacts
I was given the privilege and the honour to be invited to the 2016 Conference of the YPFDJ, the young Eritreans of the Front for Democracy and Justice, that took place near Pescara at the end of last March. Among my experiences as a war correspondent, I assign particular relevance to those that saw me together and on the side of the Eritrean Liberation Movement in struggle against coolonialism. This struggle was followed by very few journalists and media, due to the historical  prejudice against the country and its liberation movement which led to its isolation and diffamation. Very few media and individual journalist have tried to oppose the campaign of falsities and deformations that sistematically are being launched against the country and its leadership. This can be explained by the resentment and frustration caused to colonialist revanchists by the fact the Eritrea mantains its traditional course of a multiethnical, multireligious, independent, selfreliant and antimperialist country. An example and a hope for all  freedom-loving peoples of the world.


giovedì 31 marzo 2016

DALLA BOSNIA A BRUXELLES, DA REGENI ALLA LIBIA... SONO I FRATELLI MUSULMANI, BELLEZZA!

L’ordine regna a Molenbeek

Armi di distrazione di massa
Diciamo subito una cosa che attiene al cordone ombelicale che unisce la placenta madre Nato alla sua creatura freak, la stampa. Uno strepitio, scomposto e assordante come forse solo al tempo del depistaggio su anarchici e Valpreda della strage di Stato di Piazza Fontana (*), ha utilizzato il martire Regeni, l’orco Al Sisi, il guazzabuglio libico, l’emergenza emigranti (ora di nuovo siciliana) e gli attentati di Bruxelles, con annesso patatrac degli apparati di intelligence e sicurezza, per toglierci dalla vista e dalla memoria una serie di avvenimenti di enorme portata e di grande imbarazzo per chi ne è stato preso in grandioso contropiede. In primis, il progressivo fallimento dell’operazione sionista-islamista-neocolonialista “Grande Medioriente”, simboleggiata dalla spettacolare riconquista di Palmira e dalla costante avanzata delle forze nazionali siriane e irachene. Sbalorditivo silenzio che contrasta con il grande e lacrimoso clamore sollevato al tempo della “conquista” e distruzione del prezioso sito archeologico da parte dell’Isis (tanto da far dimenticare che gli stessi piagnoni erano e sono sponsor e ufficiali pagatori del Kombinat islamista).

Per inciso, se volete capire a quelli livelli sta sprofondando il “manifesto”  cercatevi il pezzo del 29 marzo su 4 colonne di Giuliano Battiston, uno che di solito spara sui Taliban dalla trincea Nato e dalle mense della “società civile” afghana. Con Palmira liberata (una colonna) e in rotta i tagliagole più orrendi visti da quando l’Inquisizione bruciava e squartava, Battiston ci raccomanda di non farci distrarre dalle decapitazioni del califfo, robetta, “parte per il tutto” e ci porta a passeggiare tra le bellezze ed efficienze di un califfato in netta espansione, che si va facendo Stato e amministratore di comunità, con tanto di istituzioni. Che ci facessimo il callo, poiché “il Califfato è qui per restare”. Al Baghdadi gongola.  Se il “manifesto” era nudo da tempo, ora è pure tosato.

martedì 22 marzo 2016

BRUXELLES: BASTONE ALL'EUROPA, HAVANA: CAROTA A CUBA



La ricerca della verità è la più nobile occupazione dell’uomo; la sua pubblicazione è un dovere assoluto”. (Anne Louise Germaine de Stael)

“Ci sono solo due errori che si possono fare lungo la strada per la verità: non percorrerla tutta e non iniziarla”. (Budda)


Bruxelles, qualche domanda
Se uno riesce a non farsi stordire dal brusìo compatto e indistinto con cui la grande informazione accompagna nelle nostre sinapsi gli acuti dei suoi editori di riferimento nel palazzo, di fronte al cataclisma terroristico che percuote l’Europa si porrebbe qualche domanda.

Se è vero, come è vero, che tutti i grandi attentati, dall’11 settembre in qua, hanno dimostrato fallimenti, disastrosi fino all’inconcepibile, delle forze di sicurezza e dell’intelligence, questo succede perché siamo protetti da idioti, da complici, o dagli stessi mandanti degli attentati?

Se è vero, come è vero, che gli apparati di intelligence e di contrasto al terrorismo in Usa, Francia, Belgio, ovunque, si sono dovuti ammettere inefficienti e non all’altezza della situazione, cos’è che gliene viene? Forse quel che se ne ricava vale l’umiliazione? Forse che la inadeguatezza deve provocare ricadute positive in termini di domanda pressante, da parte dell’opinione pubblica, di rafforzamento di tali apparati, di stanziamenti più ampi, anche a spese di bisogni sociali fondamentali, di capacità di sorveglianza, controllo, repressione più totalizzanti?

Se è vero, come è vero, che quasi tutti i grandi episodi di terrorismo sono accaduti mentre erano in corso, a New York, a Parigi, a Madrid, a Boston, esercitazioni in cielo e in terra che simulavano esattamente quanto sarebbe successo e che a Bruxelles tutto l’apparato nazionale di lotta al terrorismo era posto all’allarme rosso quando nei luoghi della massima vulnerabilità, aeroporto, metropolitana, i terroristi hanno operato indisturbati, questo succede, ripeto, perché siamo protetti da idioti, da complici, o dagli stessi mandanti degli attentati?

Se è vero, come è vero, che chiunque indaghi fuori dai canali di regime su questi attentati e si permette di proferire dubbi e interrogativi su abbaglianti carenze e contraddizioni nelle versioni ufficiali, anziché essere accolto con interesse, se non con tutti gli onori, dalla comunità degli investigatori, viene indicato al ludibrio universale e ridotto al silenzio o addirittura al carcere (vedi il giornalista Hisham Hamza a Parigi), manco fosse un infame negazionista, di quale verità hanno paura lorsignori?

Se è vero, come è vero, che è in atto una collusione-collisione tra UE (Bruxelles) e Turchia su cosa fare di milioni di rifugiati, se spedirli in massa a tagliare le gambe a quel che resta di agibilità economica e coesione sociale europea, o se tenerli a marcire nei propri lager in cambio di cospicue remunerazioni a chi ha perso l’input finanziario del petrolio jihadista, non è che quell’evaso dal manicomio criminale di presidente turco pensi di mandare qualche avvertimento convincente alla capitale UE?

Se è vero, come è vero, che la spinta neo-ottomana e wahabita verso l’Europa, manifestatasi con virulenza già ai tempi del disfacimento della Jugoslavia, con formazioni jihadiste in Bosnia e Kosovo, favorite dall’integralista islamico Izetbegovic, l’opposizione di alcuni governi europei e di larghe masse popolari all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea non potrebbe suscitare ad Ankara ritorsioni di portata incalcolabile, vista la totale mancanza di scrupoli di quel regime?

Se è vero, come è vero, che UE e USA traccheggiano sull’annientamento definitivo di Siria e Libia (preferendo la meno costosa e più remunerativa carota per Cuba e Tehran), mentre Turchia, Arabia Saudita, Fratellanza Musulmana sparsa, Israele e Francia (il Belgio è un suo protettorato), è assurdo ipotizzare che questi regimi, dimostratisi specialisti dello stragismo false flag, pensino di forzare la mano ai renitenti attraverso l’escalation delle mostruosità jihadiste?

Se è vero, come è vero, che l’Isis ha rivendicato anche gli attentati di Bruxelles e che il catturato a casa sua, Abdelslam Salah, dove stava durante 4 mesi di ricerche da parte di un universo di intelligence e polizia nei cinque continenti, unico attentatore tenuto in vita e pronto collaboratore di giustizia annunciante apocalissi terroristiche in arrivo, cosa ne vogliamo fare del granitico dato di fatto che i turchi, assieme a sauditi, qatarioti, israeliani e statunitensi, si sono inventati l’Isis (una volta logoratasi l’immagine di Al Qaida), l’hanno reclutato in giro per il mondo fin dai tempi della Jugoslavia da sbranare, l’hanno finanziato, armato, addestrato, infiltrato in Siria, Libia, Iraq, Africa? E’ credibile che l’Isis, che dipende per la sua sopravvivenza e agibilità da linee di rifornimento che partono da fonti sotto controllo Nato e Golfo, possa essere sfuggita ai suoi mandanti e sponsor? Non è credibile.

Se è vero, come è vero, che gli unici, assieme alle forze patriottiche siriane e irachene, ad aver rotto le uova nel paniere ai conquistadores degli Stati nazionali arabi indipendenti, avendo combattuto con efficacia e ridotto il potenziale invasivo ed espansivo del mercenariato Isis-Al Qaida, sono i russi in Siria (con le bombe) e in Iraq (con l’intelligence) e l’Egitto a casa sua e in Libia, sarà mica che ora un’ulteriore militarizzazione Nato dell’Europa, con l’alibi della lotta al terrorismo, serva ad attrezzare il continente al confronto finale con la Russia (per il quale la Cupola sta allevando Hillary Clinton) e incidenti come quello di Giulio Regeni servano a neutralizzare l’ultima (insieme all’Algeria) entità araba non incapacitata?

Se è vero, come è vero, che ogni attentato ha provocato rappresaglie dall’esito catastrofico per la comunità musulmana da noi e nel mondo, ma ha recato grande beneficio a classi dirigenti impegnate a far digerire al popolo vessazioni e penurie diffondendo psicosi da “si salvi chi può” , che poi giustificano la sdemocratizzazione delle istituzioni e lo stato d’assedio, siamo in preda al delirio se ora ci aspettiamo che, a partire dalla “ferita al cuore dell’UE”, le manette “anti-terrorismo” ci pencoleranno sul naso a ogni accenno di pensiero e di azione non conforme?

Se è vero, come è vero, che con il PNAC, Programma per il Nuovo Secolo Americano, dettato dalla Cupola ai Neocon, inaugurato con l’11 settembre, rilanciato da Obama e dal 2017 affidato alla Gorgone Hillary, si è avviato l’umanità sullo scontro di civiltà, indispensabile per coltivare l’odio che la spacchi in due e poi in più parti, iniziando con la criminalizzazione dell’Islam, detentore delle risorse energetiche necessarie a neutralizzare Europa, Russia e Cina e arrivare alla dittatura mondiale, come categorizzata a sua tempo da David Rockefeller (*), allora i fatti di Parigi e di Bruxelles e gli altri che ci aspettano non sono forse altro che pagine di un libro che al primo capitolo raccontava di Torri Gemelle?

E, per finire, se è vero come è vero, che le élite oligarchiche e antidemocratiche euro-atlantiche, stanno per imporre all’Europa la macina al collo del TTIP, trattato di libero scambio Usa-UE, per scagliarci tutti nel buco nero della dittatura delle multinazionali e della fine dei rimasugli di sovranità popolare e nazionale, dello Stato di diritto, non sarebbe segno di scaltra lungimiranza da parte dei TTIPisti fare del boia Bruxelles il martire dell’euroresistenza al Male? Chi obietterebbe più a chi del terrorismo è stato vittima e dal terrorismo ci difenderà, anche mediante TTIP?

(*)Sono certo che il mondo odierno sia pronto alla progressione unanime verso la creazione di un solo grande governo mondiale. Si tratterà di un'entità sovranazionale controllata da un'élite intellettuale e imprenditoriale accuratamente scelta, la gestazione sarà in mano alle banche. Credo che questo mio progetto sia di gran lunga preferibile all'auto-determinazione nazionale esercitata in tutti questi secoli. (Convegno del Gruppo Bilderberg del giugno 1991 a Baden, Germania) David Rockfeller .
Per un’analisi di classe del terrorismo, vedi il mio precedente post “IL TERRORISMO E’ LA LORO GUERRA DI CLASSE”.


Prendi la carota e strozzati

A questo punto dovrei passare dal bastone – e che bastone! – alla carota, e che carota! Ma se la collera e lo sdegno più sono smisurati e più ti spingono ad esprimerti, a gridare, a colpire, come è nel caso degli Untermenschen che allestiscono gli orrori di Bruxelles (e sono identificabili perché della stessa genìa di coloro che simili orrori li hanno perpetrati da sempre), il dolore e la vergogna fanno ammutolire. E il caso qui è quello di Cuba, che oggi festeggia in un tripudio di massa a stelle e strisce la visita del più grande masskiller della nostra generazione. Una cricca di rinnegati che, il 3 marzo 2009, con un colpo di mano, rimosse e liquidò politicamente e moralmente 60 stimati e amati dirigenti del partito e del governo, decapitando la seconda generazione rivoluzionaria e sostituendola con una gerontocrazia di generali pronti a ogni arretramento, ha compiuto il suo tradimento fino in fondo. E l’ha potuto fare grazie alla passivizzazione di un popolo ridotto in miseria senza fondo e senza prospettiva di riscatto, dato il contesto di incompetenza, corruzione e ossificazione burocratica in cui è stato costretto.

Il superamento del disastro sociale ed economico è stato cercato, prima, in una vera e propria controrivoluzione che ha ridotto di metà la quota pubblica dell’economia  (in gran parte, del resto, in mano ai militari) e messo in mezzo a una strada mezzo milione di dipendenti statali, riqualificati “cuentapropistas”, cioè imprenditori privati, in effetti privati di ogni agibilità economica.  E’ su questa nuova piccolissima borghesia, aspirante a diventare media, che punta Obama, facendosi fotografare, somma inguria, sotto il ritratto del Che in piazza della Rivoluzione. E’ la quinta colonna destinata a frantumare, con gli appetiti che verranno soddisfatti dalle multinazionali del turismo, delle costruzioni, dell’industria pesante, delle telecomunicazioni, dell’alimentazione, dell’azzardo, quanto rimane del socialismo cubano. Che, a parte il partito unico, è poco.

Colma di dolore e vergogna vedere un gruppo dirigente famelico e inetto trascinare un popolo, già faro della liberazione, giustizia sociale, resistenza antimperialista per l’America Latina e il mondo intero, ad applaudire il rappresentante di un potere che per 67 anni  non ha cessato di infierire su di lui, con l’embargo, il terrorismo, la diffamazione, il sabotaggio. E che ora si presenta sorridente, tenendo nella mano dietro la schiena l’arma risolutrice del colonialismo economico e culturale, La carota che dovrà rimediare al fallimento del bastone. Come con l’Iran, solo che lì i giochi non sono per niente fatti.

Fanno pena i commentatori, gli stessi che hanno accompagnato con gli applausi Tsipras fino a quando ha pugnalato alla schiena la Grecia, che si arrampicano sugli specchi per dimostrare che la riconciliazione Cuba-Usa volge a favore dell’Isola un rapporto di forze per tanti anni rimasto apannaggio dell’aggressore. Come se ci potesse essere un qualsiasi rapporto di forze tra la più forte arrogante, cinica e sanguinaria potenza mondiale e un piccolo, debole paese, privo di strutture produttive, forte solo di belle spiagge e belle ragazze, in mano a meschini opportunisti pronti a vendersi tutto pur di restare in sella.

Dolore e vergogna al pensiero che, mentre le strade dell’Avana, i suoi taxi, le persone, i suoi muri sbianchettati dai murales del Che e della lotta antimperialista, sono imbandierati di stelle e strisce e la tv di Stato e i social network tracimano delle orrende serie americane del culto della violenza e della volgarità, la visita a Fidel del presidente venezuelano Maduro di appena pochi giorni fa merita sui media uno scarso trafiletto. Presidente di quel paese che, negli anni dell’embargo e del rischio di morte per l’isola e la sua indipendenza, l’ha tenuta in vita. Presidente di quel paese a cui, nelle stesse ore in cui annunciava la visita che sigillava la resa di Cuba, Obama rinnovava le criminali sanzioni definendo il Venezuela un “grave e urgente pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti”. E rinnovava il Piano Condor per destabilizzare e ricondurre alla sottomissione e alla dipendenza tutte le esperienze di emancipazione latinoamericane.


Solo vergogna a vedere coloro che si dicevano, in Italia e nel mondo, amici e sostenitori della rivoluzione cubana, ora marciare allineati e coperti, orrendamento opportunisti, con addosso le prebende e onorificenze ricevute da Cuba socialista, nella parata funebre guidata da Obama e Raul. Amici e sostenitori, come è d’uso in questo nostro paese che s’è perso per strada, dei capi e padroni, non del popolo cubano.