lunedì 18 settembre 2017

Siria, Venezuela: TRIONFALISTI MORGANATICI




Gira da sempre nella sinistra, specie in quella che cerca di restare autentica, rivoluzionaria, la tendenza che Mao esemplificò con la definizione della “tigre di carta”. Quanto fossero di carta capitalismo e imperialismo  s’è visto da allora ad oggi, con il capitalismo che, a parte l’URSS, s’è addirittura mangiato il paese di Mao, Cuba, il Vietnam e con il socialismo che, per vederlo ancora sognato e auspicato, tocca aggirarsi per El Alto di La Paz, o in qualche quartiere proletario di Caracas, tipo il “23 De Enero”.

Nell’attualità questa realtà travisata in prodotto del desiderio si manifesta con grande evidenza in Siria e in Venezuela. Una storicamente incrollabile fiducia nella Russia, URSS o Federazione che sia, trascura completamente la realtà sul terreno in Siria e anche davanti alle evidenze di compromessi al ribasso, rispetto alla riconquista della sovranità e integrità territoriale da parte di Damasco, formula ardite e volontaristiche teorie che lascino intendere scaltre manovre di Putin di aggiramento del nemico. Si torna a sentire l’antico mantra: tempo al tempo. Intanto Netaniahu bombarda impunemente siti strategici e trasporti cruciali, senza che entrino in funzione i celebrati S300 o S400 russi o siriani, vaste zone di confine e nel cuore del paese sono affidate (pro tempore, ad perpetuum?)  a coloro che hanno eseguito il mandato di sgozzare o espellere il maggior numero di siriani e di frantumarne l’unità, si tollera che i mercenari curdi dell’invasore statunitense espandano il proprio territorio compiendo terribili pulizie etniche, si accetta come normalità il fatto che un occupante straniero e i suoi scagnozzi intimino alle forze armate del governo di non superare, con l’Eufrate, un limite dai primi imposto con incommensurabile protervia e plateale violazione del diritto internazionale.
 


Si può e si deve esultare per la forza, la resilienza e l’eroismo di un popolo e della sua nobilissima leadership che, da ormai quasi sette anni, ha tenuto testa e parzialmente rigettato l’assalto di una muta di licantropi dotati di ogni mezzo tecnologico, finanziario, subumano e di ogni mancanza di scrupoli, accompagnati dall’uragano di menzogne e calunnie di media asserviti alle due più feroci tirannie del mondo, USA e Israele, con il bonus aggiuntivo della complicità immoralmente ideologica delle sinistre di complemento imperiale. E si deve rendere omaggio e riconoscenza, nel nome dei popoli liberi o ansiosi di libertà, al contributo offerto da Hezbollah e dalle brigate internazionali irachene e iraniane, queste sì eredi di quelle antifasciste di Spagna. Ed è anche vero che, per un motivo o per l’altro, Mosca ha aggiunto di suo una potenza militare e una sagacia diplomatica cui non è possibile negare un ruolo cruciale negli esiti  fin qui raggiunti.

Si interpreta, nell’esaminare i risultati dei vertici russo-iraniano-turchi di Astana, l’affidamento, letteralmente a scatola chiusa, di vasti settori del territorio nazionale siriano ai turchi con le loro riserve jihadiste, ai pulitori etnici curdi sotto comando statunitense, ai raggruppamenti terroristi Isis o Al Qaida, come una manovra di largo respiro che si esaurirebbe nel tempo per non si capisce quali resipiscenze degli stessi soggetti che, fino a dieci minuti fa, hanno sbranato il paese nel nome del Nuovo Medioriente USraeliano. Si confida, si vaticina, si divina. E si coltivano false e pericolose (auto)illusioni che potrebbero anche portare, non solo alla “riduzione della conflittualità”, come le macchie del leopardo israelo-americano-turco-curdo-jihadiste vengono benevolmente chiamate, ma al calo di quella tensione alla resistenza per l’affermazione di una patria libera, sovrana e integra, per la quale in tanti tanto hanno sacrificato. Tutto questo nel segno di una grande integrità morale e di un’altrettanto profonda sapienza politica dei russi. Come chiamarlo, fideismo?  L’irrisolto, eterno bisogno di mamma?

Intanto, proprio mentre sto scrivendo queste note, mi arriva dal Ministero degli Esteri una nota che respinge ogni permanenza turca su territorio siriano, come risulta sancita ad Astana e afferma, in netta opposizione a quanto Mosca e Ankara avrebbero concordato, primo, che il governo siriano considera la presenza turca illegale e, secondo che, ponendosi come garanti di soluzioni al conflitto, Russia e Iran hanno il dovere di pretendere dai turchi il ritiro da Idlib. Sono felice di questa dimostrazione di autonomia e dignità e spero che i russi non vogliano rischiare di perdere la faccia davanti ai siriani, agli arabi, al mondo libero.
Sarà interessante vedere la risposta degli alleati di Damasco, quella di netto rigetto del governo siriano è già stata espressa, all’oscena intimazione della soldataglia ascara curda e della giunte dei Tre Generali di Washington di non varcare l’Eufrate e di non azzardare attacchi a chi quell’area ha deciso di fare un cuneo puntato al cuore della Siria.. Questo detto a una nazione e ai suoi alleati, che legittimamente si battono in difesa, da invasori, predatori, terroristi, del territorio di uno Stato membro dell’ONU, da chi ha violato ogni norma del diritto internazionale e ha commesso ogni possibile crimine di guerra e contro l’umanità, non può essere considerato termine di discussione, oggetto di mediazione. Neanche da chi, scevro da ubbie morali o ideologiche, pratica il pragmatismo della realpolitik, essendo ogni Stato, come scrive un mio amico, in prima linea “amico di se stesso”.
 Kurdistan prima e dopo

Ho grande rispetto per il ruolo mondiale, che Putin ha assegnato al suo paese, di contrasto all’espansionismo imperialista, al bellicismo della criminalità  neocon-liberal organizzata nel complesso militar-industriale-securitario-mediatico statunitense ed europeo. Ma questo non mi acceca davanti ad equilibrismi tattici  che, nella fase presente, spuntano la lama dell’offensiva vittoriosa di Damasco e dei suoi alleati, nel momento in cui il nemico era in rotta, il risultato della liberazione totale pareva a portata di mano, la leva che i russi esercitano su Ankara alle prese con il rafforzamento USraeliano della quinta colonna curda, poteva limitarne l’espansionismo nel nord siriano. E non mi impedisce di udire l’assordante silenzio di Mosca sull’invasione USA del suolo siriano, sulla costruzioni di basi progettate permanenti, sul protettorato curdo che divora arti del corpo siriano e, e questo è davvero il colmo, sul connubio curdi-Isis benedetto dagli Usa in funzione antisiriana. Bella evoluzione di un YPG-PKK che per i nostri sinistrati era laico, femminista, egualitario, partecipativo, socialista.
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Già i bombardieri Usa avevano sostenuto ripetutamente i jihadisti a Deir Ez Zor massacrando l’esercito regolare siriano, ma ora hanno superato ogni limite nel sostenere l’alleanza tra i curdi, di per sé già rotti a ogni oscenità, e i terroristi che dicono di combattere. Roba da immediatamente sollevare al Consiglio di Sicurezza dell’ONU con l’accusa dimostrata e, davanti al consesso internazionale, davvero imbarazzante per Washington, .della fusione dei due mercenariati, curdo e jihadista, ufficialmente sulla lista dei terroristi Usa, per l’ illegale  occupazione di un paese sovrano e per lo sterminio della popolazione autoctona. Invece niente.

Curdi, Israele e Isis uniti nella lotta

Se il progetto era quello di rovesciare Assad e il suo governo, se ne deve registrare il fallimento. Se invece, come è storicamente dichiarato e documentato, al regime change si doveva far seguire la divisione dello Stato unitario in frammenti etnico-religiosi, beh, al momento non si può disconoscere che quel risultato è stato raggiunto. Solo tattico e non strategico? E chi lo dice? Parrebbe wishful thinking. Parrebbe proprio un compromesso che salvaguarda, sì, la permanenza del presidente e della struttura dello Stato, ma ne taglierebbe drasticamente l’ambito territoriale, nel quale inserirebbe fattori endemici e cronici di destabilizzazione. E tra le zone d’influenza delle grandi potenze e di Israele così fabbricate, Mosca almeno manterrebbe la sua, nel paese e nel Medioriente, con tanto di base a Latakia.

Il Venezuela di Amnesty e “il manifesto”

“Il manifesto” e, con lui, le solite larghe intese pseudo sinistra-destra, festeggiano “il ritorno al dialogo” a Caracas. Confortato dagli otto, Indiscutibili,  milioni che hanno votato per l’Assemblea Costituente, estrema risorsa per togliersi le castagne dal fuoco di un’assemblea parlamentare a maggioranza di destra, Maduro porta un paese allo stremo e un governo minato da sabotaggi, sedizione violenta, ma anche da errori e corruzione, al confronto con un avversario che, da golpista, stragista, pogromista, veicolo del neocolonialismo Usa, viene da Amnesty, “il manifesto” e tutto il mondo perbene, elevato a legittima opposizione. Come l’hanno definita dall’inizio della rivolta governi e media della sedicente “comunità internazionale” (Usa, UE e Nato). Come, dopo aver defenestrato l’inviata Geraldina Colotti (nel silenzio dei bravi collaboratori comunisti e antimperialisti del fogliaccio) per essersi troppo appiattita sulle posizioni del “regime”, la definisce ora “il manifesto” con il suo nuovo corrispondente Roberto Livi (nomen omen), uno che ritiene gli sviluppi amerikani di Cuba un nuovo passo verso il socialismo.

Copertosi a sinistra con la rampogna a coloro che definiscono “dittatore” Maduro, Livi fa finta di non aver notato la prima vera presa di posizione utile del successore di Chavez, dopo la convocazione dell’Assemblea Costituente, che è la sostituzione dello Yuan al dollaro nella transazioni petrolifere. Un deciso diretto al mento del cospiratore statunitense e alla sua indecente fabbrica di dollari a debito universale. Per molto meno  Saddam Hussein e Gheddafi sono stati rovesciati e assassinati e il loro paese raso al suolo. Non è dunque questa mossa davvero coraggiosa che rallegra il commentatore del “manifesto” e di tutto il cucuzzaro a larghe intese imperialiste. Anzi. Si compiacciono, invece, per il ritorno al dialogo, già promosso con tanta buona volontà da super partes tipo Bergoglio e Zapatero con di rinforzo la zannuta vandea filo-golpe della Chiesa venezuelana e quel presidente colombiano, omaggiato dal papa per aver cessato di macellare indigeni e FARC, che si pregia di lavorare per il bene del vicino spedendoci sabotatori paramilitari e profittando del contrabbando transfrontaliero dei beni sottratti dalla grande distribuzione venezuelana.


A parte un paio di formazioni minori nella coalizione del MUD, che non hanno aderito, il grosso della Tavola di Unità Democratica, quella capeggiata dai noti Lopez e Capriles, fattisi le ossa nel golpe e nella serrata affamatrice del 2002, si è precipitata ad accettare il ritorno all’agone elettorale, l’eliminazione dei fili di ferro tagliateste attraverso le strade e la rinuncia a incendiare chavisti e scuole. Forti della vittoria alle ultime legislative, quando il chavismo non era ancora stato messo in forse da disastri sociali, inflazionistici, di boicottaggio dei rifornimenti alimentari, non sorprende che coloro il cui pogrom violento si è arenato nel rifiuto delle masse e nella resistenza dell’unità chavista civico-militare, abbiano colto al volo l’occasione di tornare a misurarsi sul terreno elettorale (regionale), in un quadro di disagio sociale più forte rispetto a quello delle legislative vinte.

Per cui esprimere soddisfazione per questa svolta non suona del tutto convincente. Sempre che soddisfatti per il dialogo non lo siano, sotto sotto, anche per il fatto che Maduro abbia rinunciato a quanto gli veniva chiesto dalla base bolivariana: provvedimenti drastici contro i sabotatori della grande distribuzione, dell’accaparramento, del contrabbando, della speculazione sui cambi, del feudalesimo terriero, delle Ong e dei media eversivi e vendipatria. Vale a dire espropri e nazionalizzazioni di tutte le strutture strategiche, dalla Grande Distribuzione alle banche. E finalmente strumenti decisivi per la lotta al debilitante fenomeno della criminalità.


Per il “manifesto” e gli affini di destra nelle larghe intese l’idea colottiana e di tutta la sinistra vera latinoamericana che in Venezuela un pogrom sanguinario commissionato dagli Usa agli eredi del vecchio regime, quello delle atroci diseguaglianze, dello schiavismo operaio e contadino, della totale subordinazione agli interessi yankee, puntava a un colpo di Stato come quelli realizzati in Honduras e Paraguay, non era altro che una, pur dura, “contrapposizione fra due parti della società”. Parti, dunque, equipollenti, entrambe sullo stesso piano, entrambe legittime, quella patriottica e quella golpista su mandato USA che per due anni aveva messo a ferro e fuoco il paese.
Tanto più che, ora, con le elezioni regionali proposte da Maduro, l’opposizione (sic) può dimostrare che ha veramente quella maggioranza che ha reclamato la sua mobilitazione di massa (sic). Constatazione o auspicio?
Viva la democrazia, la nonviolenza, il dialogo. E il rispetto per chi ti vuole tagliare la testa.





giovedì 14 settembre 2017

Di Battista precisa su Regeni, Italia, Egitto e... Enrico Mattei



https://www.facebook.com/dibattista.alessandro/videos/1295981893847205/

Nei giorni scorsi avevo indirizzato al deputato 5 Stelle Alessandro Di Battista una lettera aperta in merito a certe sue dichiarazioni in Parlamento su presunte rivelazioni del New York Times sul caso Regeni e relative implicazioni, lettera che è possibile ritrovare nelle mie pagine FB e nel mio blog www.fulviogrimaldicontroblog.info. Oggi, ricevo da Di Battista una telefonata che dà conto, in termini positivi, di quel mio intervento e mi indirizza al video di un suo nuovo intervento alla Camera, riprodotto nella sua pagina di FB. Non posso non apprezzare la disponibilità di Di Battista a tener conto della mia opinione. Qui sotto il mio commento al video.

Fulvio Grimaldi Apprezzo, Alessandro, questa integrazione al tuo intervento sul tema Regeni dell'altra volta. Importantissimo rilevare quali forze oscure, o non tanto oscure, si muovano attorno ai rapporti dell'Italia con altri paesi e quali licenze di rapporti ci si danno o ci si negano, a partire da Mattei e dalla storica privazione di sovranità del nostro paese in tema di scelte strategiche, principalmente energetiche. C'è nel tuo intervento molto non detto che, però, si percepisce chiaramente per chi non voglia fare orecchi da mercante. Quanto a Regeni, legittimo pensare a servizi egiziani DEVIATI, ma altrettanto legittimo e ancora più logico pensare a servizi segreti atlantici, da sempre ostili a nostre iniziative autonome nei confronti dell’altra sponda del Mediterraneo, quelli stessi di cui è ineluttabile sospettare in merito alla fine di Enrico Mattei che tu molto appropriatamente citi. Quegli stessi servizi per i quali Regeni ha lavorato nel 2013-2014 alla dipendenze di Oxford Analytica, società transnazionale di spionaggio e operazioni sporche. E sospettare è dire poco.

L’intervento di Di Battista si inserisce nel contesto di una politica estera del M5S che in molti casi si era opportunamente e felicemente distanziata dall’ottusa subalternità dei nostri governi nei confronti delle potenze euro atlantiche, come nel caso dei convegni critici sulla Nato, dell’opposizione alle sanzioni alla Russia, della solidarietà con i paesi latinoamericani dell’ALBA (che, però, dovrebbe anche far rivedere certi giudizi sommari sul Venezuela), della ricerca di una verità sulla Siria alternativa alla propaganda degli aggressori di quel paese, dell’Eritrea sotto attacco politico economico e mediatico del neocolonialismo. Che il M5S possa continuare su questa strada e approfondirla.

lunedì 11 settembre 2017

I GIORNI DELLO STUPRO - Dalle Torri Gemelle a Via Tornabuoni



Ricorrenza dell’11 settembre 2001, data in cui qualcuno, tra Wall Street, Washington e uno degli Hotel Bilderberg, ha tentato di spostare il treno dell’umanità su un binario morto.
E’ l’occasione in cui il mercenariato imperiale, politico e mediatico, sguatteri sinistrati in testa, si rimobilita e si riaffanna a ricostruire un qualcosa di presentabile dalle macerie, non delle Torri Gemelle cadute su se stesse o del Pentagono bucato al piano terra, ma della versione ufficiale bushiana, disintegrata dalle evidenze raccolte dalle eccellenze internazionali della scienza e tecnica competente.

Noi sappiamo, gli amici del giaguaro sanno, sanno gli autori del dirottamento, non di fantasmagorici aerei pilotati da gaudenti sauditi bocciati agli esami di deltaplano (roba disperatamente diffusa in extremis dalle agenzie di copertura e affidata da noi a Giulietto Chiesa), ma del citato treno dell’umanità verso il suo annichilimento sotto globalizzazione, Nuovo Ordine Mondiale e Governo Mondiale, chi è stato, chi è, a cosa puntava, a cosa punta, l’operazione che ha esordito l’11 settembre. Gli unici che non lo sanno e che belano “complottisti”, “dietrologia”, al comando del direttore d’orchestra e dei suoi pifferai e cimbalisti, sono gli utili idioti, opportunamente terrorizzati da botti e macelli che gli esplodono tutt’intorno, da Boston a Parigi, da Bruxelles a Barcellona, da Londra a Madrid. Utili idioti rastrellati soprattutto a “sinistra”, è più convincente,  perchè siano  pronti ad arruolarsi nella “guerra al terrorismo”, o perlomeno a sottostare, auspicandole, alle misure repressive che quel terrorismo esige e che del volgo castrano identità, potenzialità e libertà. Sono gli eterni ausiliari decerebrati del Leviatano di turno. Il mettersi a disposizione fa la loro estasi.

Non è da ieri che nuotiamo come pesci rossi in un globo di menzogne e raggiri. Vi ci siamo fatti immergere a forza di minacce di torture eterne (altro che quelle attribuite ad Als Sisi come ad Assad, altro che quelle vere di Abu Ghraib, Guantanamo e Netaniahu, comunque tutte a tempo) e, in alternativa, di eterni godimenti tra cherubini e troni. Verità, consapevolezza e libero arbitrio l’abbiamo persi quando qualcuno sostituì agli dei, molteplici come gli uomini, il dio unico, onnipotente e indiscutibile. Quando sotto un unico altare fu seppellito il dì che nozze e tribunali e are / dier alle umane belve esser pietose / di se stesse e altrui.

Oggi, tuttavia, per farci tornare belve impietose di se stesse e altrui, s’è inventato il neoliberismo, il consumo, la competizione, il mors tua vita mea. E per farlo passare sui neuroni sopravvissuti ai trucchi millenari dei pochissimi per annichilire i tantissimi, dall’11/ 9 sono partiti strumenti di annientamento della ragione da fare un baffo perfino a precedenti totalizzanti come la Bibbia, il Vangelo, gli Atti degli Apostoli,, i miracoli, Padre Pio, le bolle e balle dei papi fino a Francesco.

Dice, la forza della verità è tale da sgretolare la roccia. Dice. Nei duemila anni trascorsi la roccia non l’ha neanche scalfita..



Intanto, si parva licet componere magnis, registriamo nel variopinto cosmo delle Fake News che punteggiano ogni attimo della nostra vita, le storiella dei carabinieri stupratori di fanciulle americane in Firenze. Nella campagna tonitruante degli stupri, che le varie essenze sorosiane nella cabina di guida sul binario morto hanno tratto dai campi di migranti in Libia e dalle spiagge di Rimini, tanto da dare un’altra siringata di integratore allo Scontro di Civiltà, quello dei carabinieri è un momento apicale. Per raggiungerlo si è addirittura abbandonata la pista privilegiata dei trucidi musulmani.  A noi per l’Arma nei Secoli (In)fedele non corre gran simpatia. Ci corre piuttosto il pensiero a Carlo Giuliani, a Stefano Cucchi, a tante mazze roteanti sulle nostre teste, agli spifferi provenienti da comandi supremi che spazzino via cimici rivelatrici di garbugli tra gentiluomini, di governo e sotto, intesi ad accaparrarsi il più grosso appalto sul piatto europeo. Ma questa storia capita troppo a fagiolo, nella zuppa di legumi allestita intorno a Italia-Egitto-Regeni-Libia-Usa, per non darci un sapore di ingrediente Fake News.

Due scafate ragazzotte da discoteca, canne e cocktail duri. Una rissa fuori dal locale che consente la chiamata dei carabinieri. Due carabinieri poco ligi al regolamento, ma molto arrapati e due ragazze che si esibiscono “strafatte” (aggravante per chi ne abusi) a chiedere un passaggio, non a qualche compare maschiotto di discoteca, ma a carabinieri e, nientemeno, mentre si trovano in (apparente) stato di punibile, ma vulnerabile, alterazione. Dopodichè, giunte sotto casa nell’esclusiva via Tornabuoni (roba da dollaroni), dopo immaginabili “avances”  dei due scapestrati dell’Arma, non si fanno il minimo scrupolo di invitarli in casa. E consumano. Nell’androne, pare, e nell’ascensore, antico luogo deputato a tali effusioni. Non emettono un grido di protesta, non esibiscono vestiario lacerato nel tentativo di opporsi. E, prontezza di spirito da 007, una delle due filma l’evento, per poi dichiarare che lo smartphone aveva preso di suo l’iniziativa di passare da una chiamata d’aiuto a videoregistratore, con serie di clic e ditate che, nel trambusto della colluttazione, danno l’immagine di una ragazza-polipo. Quest’ultimo dettaglio ora verrebbe smentito. Troppo imbarazzante per la vittima. Vai a sapere.

Come a questo punto un qualunque cultore di Fake News avrebbe potuto aspettarsi, sull’evento pecoreccio si sarebbero esercitati esaltandosi  quelli di  gossip pruriginosi come “Chi”. Invece altro che “Chi”! L’evento merita la transnazionalità  che il suo portato geopolitico implicito merita. Entrano in campo i campioni della categoria, il New York Times, la CNN, il Washington Post, tutti i megafoni del “Deep State” che sottotraccia governa a Washington. Dopo queste mosche cocchiere, parte in quarta il Dipartimento di Stato USA, nientemeno, con una formidabile tirata  che esige giustizia, catarsi, hubris. E, sollecitando le inermi e per definizione intonse (come Meredith) fanciulle del West, del centro e dell’East, a evitare di uscirsene da sole a Firenze e, meglio, evitare del tutto la terra degli stupratori, raffigura il nostro paese come abitato da una landa di licantropi, alcuni addirittura in uniforme. Bella botta al turismo americano in Italia. 


Come quelle che infliggono all’Egitto, in piena sinergia, i terroristi Isis-Fratelli Musulmani e quelli politico-mediatici, anche quelli del sinistrismo neocolonialista italiota e occidentale, un po’ ricorrendo all’abbattimento di aerei, un po’ a stragi di poliziotti in Sinai, e un po’ a finti ricercatori di Cambridge.

E allora cosa si può intravvedere su uno scenario che ci vede già sul banco imperiale degli imputati per avere l’ENI che pesca nei giacimenti egiziani di gas, per aver rimandato al Cairo il nostro ambasciatore dando da intendere che sappiamo tutti che Regeni lavorava per una centrale di spie, per darci da fare in Libia, intralciando sia l’esclusiva di governo dello shopkeeper Al Serraj e brigando anche con il generale Haftar, “restauratore del gheddafismo”, sia per aver posto un freno un freno all’operazione migranti con la quale quelli del Dipartimento di Stato si sbranano l’Africa e affondano il Sud Europa?

Cosa si può intravvedere? Tenendo conto di circostanze e precedenti, direi, una bella trappola. Sono supposizioni, direte. Forse. Ma quelle del New York Times, scusate, che cosa sono? E quelle, poi, di chi alle 11 dell’11 settembre, manco due ore dopo l’accadimento, già annunciava al mondo che era stato Bin Laden (in quel momento certificato  legato alla macchina della dialisi in una clinica per diabetici in Pakistan)?


La smetterà mai, l’astuto Ulisse, a piazzare cavalli di legno sotto le mura di Troia?

venerdì 8 settembre 2017

Regeni, New York Times, “dittatori” - CARO ALESSANDRO DI BATTISTA, GUARDA MEGLIO


Questa è una lettera che avevo indirizzato ad Alessandro Di Battista in merito al suo intervento alla Camera sul caso Regeni-NYT e, per conoscenza, ad alcuni parlamentari 5Stelle di mia conoscenza. Non ho ricevuto risposta e questa lettera diventa pubblica, anche perché contiene considerazioni che possono essere indirizzate a molte altre persone
Questa che è una critica all’intervento del deputato 5Stelle e un invito a riconsiderare certe sue posizioni, non mette minimamente in questione la stima e la solidarietà che ho nei confronti di tante ottime battaglie condotte da Di Battista, alcune delle quali sono state anche da me condivise sul campo

Caro Alessandro Di Battista,
faccio il giornalista da oltre mezzo secolo, oggi indipendente ma  vengo da organi come la BBC, Paese Sera, Panorama (pre-Berlusconi), L’Espresso, The Middle East, Giorni Vie Nuove, Astrolabio,  Rai-TG3. Ho sostenuto molte attività del M5S e con il MoVimento e suoi illustro sostenitori ho organizzato nella mia zona pubbliche iniziative (con Morra, Ruocco, Imposimato, Lanutti, Scibona, Bertorotta...) Ho intervistato deputati e senatori del MoVimento, compreso te, sono amico della senatrice Ornella Bertorotta e ho partecipato a numerose vostre iniziative alla Camera e al Senato. Miei documentari sono stati presentati al Senato. Ho lavorato con militanti  5Stelle sul territorio per i miei documentari e articoli No Tav, No Muos, No Triv, No Basi, terremotati. Spero che tutto questo mi dia un po’ di credibilità.

Conosco la tua esperienza in America Latina e nel Sud del mondo e quindi presumo una tua conoscenza del modus operandi di certe grandi potenze dagli insopprimibili appetiti coloniali in quelle parti del mondo.

Perciò sono rimasto sinceramente esterrefatto per le tue dichiarazioni alla Camera sulla questione Giulio Regeni e, in particolare, per aver accreditato la manifesta bufala di un giornale come il New York Times sulle presunte “prove inconfutabili”, di un suo articolo assolutamente privo di prove inconfutabili, che sarebbero state fornite da un oscuro e anonimo funzionario dell’amministrazione Obama. Prove di cui da allora non si è saputo più nulla. Documenti di cui il governo italiano dice di non aver mai saputo nulla (e mi sembra difficile negare qualcosa che potrebbe poi, apparendo, ritorcersi in maniera disastrosa su chi aveva negato). Considerare il NYT lo standard aureo dell’informazione è perlomeno azzardato, visto il ruolo che questo quotidiano, espressione dell’estrema destra israeliana, ha sempre sostenuto nell’avallare le ragioni, false, per tutte le guerre d’aggressione Usa, comprese le famigerate armi di distruzione di massa.

 La questione Regeni è complessa e vi si incrociano interessi dichiarati e altri molto poco dichiarati. Merita un’analisi attenta come quella che in parecchi, compreso il sottoscritto, vi hanno dedicato. Va inquadrato nella contesa geopolitica sul controllo dell’Egitto e dei suoi rapporti con un paese cruciale nel Mediterraneo come l’Italia, controllo che è diventato oggetto di contesa tra potenze varie,  soprattutto da quando l’Egitto, sotto la spinta di  una rivolta di massa (molto meno che di un golpe militare che l’ha solo assecondata), si è liberato del regime oppressivo e integralista  dei Fratelli musulmani, da sempre fiduciari degli interessi coloniali occidentali nel mondo arabo e matrice di buona parte del terrorismo che oggi vi imperversa.

 Ciò che turba  nell’accanita campagna per la verità per Giulio Regeni è che tutti trascurano i precedenti professionali del giovane e in particolare il suo lavoro per un gruppo di persone specializzate in operazioni sporche: i dirigenti dell’impresa transnazionale di spionaggio “Oxford Analytica” John Negroponte, organizzatore degli squadroni della morte in Nicaragua e Iraq, Colin McColl, già capo dell’MI6, e David Young, processato e incarcerato per il suo ruolo nello scandalo Watergate. E tutti fingono anche di non vedere come, nelle sue trattative con il capo del sindacato ambulanti, Regeni rifiutasse di sostenere le cure per la moglie dell’interlocutore ammalata di cancro, ma fosse disposto a pagargli  ingenti somme purchè presentasse “progetti”. Quali “progetti”, a nome di chi? Comportamento sufficiente per alimentare sospetti, non solo nel suo interlocutore. E’ stato mai chiesto all’Università di Cambridge, o a Oxford Analytica, per quali progetti a Regeni fossero state messe a disposizione decine di migliaia di euro?

L’interesse di governi Nato, in particolare anglosassoni e francese, concorrenti con quello italiano nella corsa alle risorse energetiche (incalcolabili, al largo dell’Egitto) nel Mediterraneo e in Libia, e, quindi, una strategia per emarginare un’Italia una volta fortemente egemone in quel settore (come accadde con Enrico Mattei), si è resa evidente con l’intensificarsi dei rapporti di questi governi con il pur tanto deprecato Al Sisi, nel momento spesso in cui, con scoperta ipocrisia, i media più rappresentativi di queste potenze si accanivano sul caso Regeni e condannavano l’Italia per aver ristabilito rapporti diplomatici con l’Egitto.

Ne risulta evidente che l’interesse del NYT, portavoce dei circoli neocon del complesso militar-industrial-finanziario Usa, a sollevare il caso Regeni, ha molto poco a che fare con i diritti umani (sul cui abuso lo stesso giornale tace ostinatamente quando si tratta di regimi alleati o subalterni), o con la sorte del giovane ricercatore. Ha a che fare con la negazione all’Italia di qualsiasi sovranità e autodeterminazione in politica estera ed economica. 
L’esperienza storica, da Enrico Mattei ad Aldo Moro, ma anche con Minniti oggi, dimostra che la coalizione israelo-euro-atlantica non consente all’Italia una politica estera autonoma, che valorizzi i nostri rapporti di mutuo beneficio con i paesi arabi. Il nostro, per l’alleanza diseguale in cui siamo inseriti, era e dovrebbe rimanere un ruolo ancillare. Quanto al Medioriente, l’attuale offensiva contro l’Egitto è con ogni evidenza la persecuzione di una strategia che punta alla frantumazione di Stati arabi forti, laici e indipendenti. Che ha già lasciato sulla sua strada la Libia e persegue la sua opera con  i tentativi di disgregazione, tra aggressioni dirette, surrogati jihadisti e della Fratellanza Musulmana, di Siria, Iraq, Sudan. Ne abbiamo ricavato esclusivamente conseguenze negative.

Il M5S ha dato ripetute dimostrazioni di autonomia e chiaroveggenza nelle sue iniziative di politica estera. Penso alle posizioni sulle sanzioni alla Russia, su Nato, i paesi dell’A.L.B.A, l’Iran, la guerra alla Siria. L’allineamento con una campagna chiaramente strumentale contro l’Egitto, fondata su premesse del tutto indimostrate e su altre mistificate e occultate, mi auguro possa essere, alla luce di quanto sopra, sottoposto ad accurata verifica.
Per finire, permettimi di avvisarti sulla pericolosità di ricorrere a stereotipi assai sospetti e invariabilmente  strumentali, come quello di affibbiare la qualifica di “dittatore” a destra e manca. A parte che  in alcuni casi la qualifica è del tutto arbitraria (Milosevic, Putin, governanti eletti in modo molto meno fraudolento di quelli con cui si condizionano gli elettori nella cosiddette democrazie) e, in altri, non tiene conto di una realtà storica, culturale, politica, del tutto diversa dalla nostra, non solo mostra un’inclinazione all’eurocentrismo sempre un po’ colonialista, ma contribuisce a spianare la strada alle aggressioni delle potenze che si arrogano il diritto di impartire tali etichette. Si tratta di questioni che, come constatiamo ogni giorno, coinvolgono la vita e provocano la morte di milioni di persone, sulle quali non è consentita approssimazione o ripetizione di stereotipi.

Non occorre essere grandi etnologhi, antropologi o storici per capire che i modelli istituzionali usciti in Europa dalle rivoluzioni borghesi difficilmente sono applicabili a contesti completamente diversi. I paesi che si definiscono disinvoltamente e strumentalmente “dittature”, da parte, tra l’altro, di chi è sottoposto alla più feroce dittatura finanziaria e alle più proterve manipolazioni mediatiche, hanno alle spalle una storia diversa. E sono usciti all’indipendenza e alla modernità solo da pochi decenni, dopo secoli e millenni di tirannie imperiali. Erano dominati da autocrazie distanti e sanguinarie, romana, ottomana, britannica, francese e altre. Non gli era consentita la minima autodeterminazione politica, se non una limitata gestione degli affari locali minori, specie sulle controversie giudiziarie. Ogni forma di organizzazione politica era bandita. La tribù poteva darsi al massimo un capo, nella persona più anziana o autorevole, per le questioni locali e per l’interlocuzione con gli emissari dell’impero. Nell’immaginario collettivo, all’inizio dell’era dell’indipendenza e della nazione, il quadro era quello tribale del capo e dell’assemblea degli anziani. Non poteva non perpetuarsi all’alba della nascita dello Stato, tanto più se questo era da attribuirsi al merito di un padre della patria come è stato il caso nella maggioranza dei paesi decolonizzati. Credo che la legittimità di un governo, poi, si misuri anche dal consenso e dal confronto con la situazione del passato. Quella determinata da noi democratici europei.

Noi italiani, poi, del resto come gli inglesi, che con Churchill hanno gasato i civili iracheni, o i francesi delle torture algerine, dovremmo adottare un po’ di cautela nella condanne. Il maresciallo Graziani ha sterminato un terzo del popolo libico, 600mila, Gheddafi ha dato a tutti i libici dignità, acqua potabile e benessere, come riconosciuto dall’ONU che, nel 2011, aveva ancora classificato la Libia prima per “sviluppo umano” in Africa.

Aggiungo alcuni illuminanti dettagli, già ripetutamente riferiti in miei articoli sul blog e su FB, oggi riassunti da chi si occupa del caso da tempo e che non dovrebbero essere trascurati da chiunque voglia occuparsi, in alternativa ai produttori di fake news nei massa media al servizio del revanscismo neocoloniale, di politica estera con onestà e competenza.

Grazie dell’attenzione.

Con stima per tanta parte che il M5S e tu avete avuto nel prospettare agli italiani una sorte migliore.

Fulvio Grimaldi

-Giulio Regeni è stato un brillante studente che ha studiato a lungo negli USA
e poi in Gran Bretagna (UK).
-Nel momento in cui è stato inviato in Egitto per effettuare una non ben
precisata "ricerca" sui sindacati indipendenti egiziani, stava per conseguire
un dottorato di ricerca presso la prestigiosa Università di Cambridge.
-In precedenza, nell'UK, aveva lavorato negli anni 2013-2014 anche per la
Oxford Analytica, una vasta organizzazione con migliaia di dipendenti, presente
in molti paesi del mondo, incaricata ufficialmente di svolgere "analisi
politiche"i cui principali dirigenti erano:
John Negroponte (cittadino USA), già importante agente della CIA ed
organizzatore degli squadroni della morte in America Centrale che uccidevano
gli oppositori antimperialisti di quell'area;
David Young (cittadino USA), già membro del gruppo di spie implicato nello
scandalo Watergate, incaricato dal Presidente Nixon di spiare e raccogliere
informazioni sul rivale Partito Democratico;
Colin McColl (cittadino UK), già alto dirigente del noto servizio di
spionaggio britannico M16 (quello di 007).
-In Egitto Regeni era anche "visiting scholar" dell'Università Americana del
Cairo, notoriamente implicata in iniziative atte a diffondere il pensiero e
l'influenza USA nella classe colta egiziana e difendere gli interessi
statunitensi.
-Durante il periodo in cui è stato in Egitto, Regeni ha pubblicato con uno
pseudonimo vari articoli sui sindacati egiziani, anche sul "Manifesto", ma si
sa pochissimo sulla sua attività di "ricerca".
-E' certo che Regeni avesse aggangiato il sindacalista Abdallah, capo del
sindacato degli ambulanti.
-In una registrazione (parziale) diffusa da organi di stampa italiani qualche
mese fa, si sente Regeni offrire 10.000 dollari ad Abdallah in cambio di
fantomatici "progetti" non meglio specificati. Abdallah, già in contatto con la
polizia egiziana,  registra il colloquio e chiede a Regeni denaro per sé.
Regeni rifiuta e si mostra molto prudente. Forse già sa, o sospetta, che
Abdallah lo sta registrando e lo ha già denunciato alla polizia. Di fatto
Regeni è "bruciato".
-Il 25 gennaio 2016 Regeni scompare in circostanze mai chiarite. Il suo
cadavere, recante segni di gravi maltrattamenti e percosse, viene ritrovato il
3 febbraio in un luogo aperto, non nascosto e di facile accessibilità, presso
l'inizio dell'autostrada per Alessandria.
-Proprio in quei giorni è in corso al Cairo un'importante riunione economica
tra una delegazione italiana guidata dalla Ministra Federica Guidi ed una
delegazione del Governo Egiziano. Tra gli argomenti trattati anche eventuali
concessioni all'ENI relative al più grande giacimento di gas off-shore del
Mediterraneo scoperto presso la costa egiziana.
-Il Ministro Guidi rientra precipitosamente in Italia (anche se si ritiene che
trattative economiche siano continuate sottobanco).
-Le autorità italiane accusano gli inquirenti egiziani di scarsa
collaborazione nelle indagini sull'assassinio e l'ambasciatore italiano viene
fatto rientrare dal Cairo.Tutta la stampa italiana, ed i partiti ed i movimenti
politici, tranne poche eccezioni, si scatenano in una prolungata campagna
contro il Governo Egiziano, accusato quale mandante dell'omicidio (ma senza
prove concrete).
-L'Università di Cambridge rifiuta di collaborare con gli inquirenti italiani
per chiarire l'esatto mandato ricevuto da Regeni. Nessuna pressione viene fatta
dal Governo Britannico sull'Università di Cambridge o sulla Oxford Analytica
perché forniscano chiarimenti sull'attività di Regeni. Lo stesso si può dire
per il Governo USA nei confronti dell'Università Americana. Il Governo italiano
non esercita pressioni e non prende alcun provvedimento verso le istituzioni ed
i Governi di cui sopra.
-Solo pochi gruppi o persone in Italia si pongono il problema del "cui
prodest". L'omicidio Regeni ha certamente messo in difficoltà il governo
egiziano, posto sotto accusa, e che non aveva interesse ad eliminare un
informatore di basso profilo già "bruciato". L'assassinio ha invece fortemente
favorito gli interessi economici di altri paesi, come UK e Francia, che si sono
affrettati a concludere una serie di accordi economici con l'Egitto profittando
dell'allentamento dei rapporti Italia-Egitto e non mostrando nessuna
solidarietà con l'Italia. Non appare peregrina l'ipotesi che l'informatore di
basso profilo Regeni, già "bruciato", sia stato "sacrificato" per creare una
situazione come quella descritta sopra, magari con la complicità di qualche
gruppo deviato dei servizi egiziani (eventualmente infiltrato dalla Fratellanza
Musulmana, all'opposizione).
-Recentemente il Governo italiano decide di cambiare politica e riallaccia
relazioni con l'Egitto, parlando di partnership ineludibile e di una
possibilità di una maggiore collaborazione dei due stati anche nelle indagini..
-Si scatena l'attacco di ampi settori politici e della stampa, spesso facenti
parte dell'area dell'interventismo "umanitario" (già sponsor delle guerre in
Jugoslavia, Libia e Siria) al Governo, reo di un eccesso di realismo politico.
Si comincia però in vari settori ad avanzare anche una critica alla non
collaborazione di Cambridge e ad porre ipotesi alternative sull'omicidio e
domande sulla reale attività di Regeni.
-In un'intervista il gen. Tricarico, ricoprente incarichi governativi (vedi
sotto), ribatte alle accuse, parlando di "utili idioti" che non comprendono il
reale contesto di questi tragici avvenimenti.


mercoledì 6 settembre 2017

SIRIA, VITTORIE!

Liberata la Stalingrado siriana


Dopo tre anni di micidiale assedio,dell'Isis all'ultima grande città siriana ancora sotto suo controllo, Deir Ez Zor, il 138° battaglione dell'Esercito Arabo Siriano ha raggiunto la parte ovest della città e si è ricongiunto con l'eroica guarnigione che dal 2014, insieme ai 100mila abitanti, ha tenuto a bada, in una situazione di penurie di ogni genere, le orde del mercenariato Usa-Israele-Golfo. Foto dell'incontro danno la misura della gioia provata dai soldati, gli uni per aver tenuto duro in condizioni inimmaginabili, riforniti solo dall'aria, visto che erano riusciti a mantenere il controllo anche sull'aeroporto; gli altri, per aver visto la loro rapidissima avanzata, una vera guerra lampo, coronata dal successo e dalla salvezza di questo pezzo della patria. Un successo reso possibile anche dai costanti bombardamenti russi con missili Cruise sulle postazioni dei terroristi.


Ora l'esercito siriano proseguirà la riconquista verso i territori ancora occupati a est e a sud. Resta l'amarezza per un'altra importante città siriana, Raqqa, caduta in mano agli ascari curdi degli Usa e di cui non si intravvede la liberazione, insieme a tutto il territorio sul quale questi nuovi mercenari Usa hanno compiuto una terrificante pulizia etnica.
Oggi, comunque, è giorno di festa per la vittoria di un popolo e della sua leadership che sono riusciti a scompaginare i piani di distruzione e annientamento allestiti dai peggiori Stati-canaglia della storia umana.
Aggiungo il video dell'esultanza dei tifosi della Nazionale Siriana, avviata verso la qualifica ai Mondiali di calcio. Un'altra impresa-simbolo di un popolo impareggiabile in condizioni che è difficile immaginare altri avrebbero potuto superare. Grande Siria, grande Assad, grande Putin.

lunedì 4 settembre 2017

Il nesso Raqqa-stupri di Rimini. RAQQA, da USA-ISIS a USA-CURDI: il turnover dei terroristi. Scazzo tra Baghdad e Beirut

 Raqqa prima e dopo

Avete udito qualche borbottìo, qualche empito umanitario, qualche invocazione a smetterla di uccidere innocenti,  rispetto all’urbicidio in atto a Raqqa? Vi è capitato di vedere, o leggere a proposito dell’olocausto di Raqqa, nei grandi media e nel loro codazzo “di sinistra”, “progressista”, insomma tra gli amici del giaguaro sorosiano, qualcosa di comparabile all’uragano di indignazione, pena, raccapriccio, che costoro hanno scatenato su Aleppo, poi su Mosul, su tutte le città liberate dai “cattivi”, siriani, russi, hezbollah, iraniani, milizie popolari ed esercito nazionale iracheni?  E poi sulle Ong costrette ad abbandonare i migranti in mare?

Siete andati a scartabellare tra testate, siti, edicole, talkshow e vi siete dovuti ridurre a rivolgervi, in rete o all’estero, a qualche produttore di quelle fake news che tanto irritano la Boldrini e tutto il cucuzzaro umanitario,  per scoprire quella distesa ininterrotta di macerie e di edifici dalle occhiaie vuote che oggi è Raqqa. Per scoprire che per agevolare la conquista di questa città ur-araba, ur-siriana, da parte dei suoi ascari curdi,  i bombardieri degli Usa e dei loro sottopanza Nato hanno raso al suolo l’intera città (di Aleppo almeno metà era rimasta in piedi, a dispetto dei “raid a tappeto russi”, o delle oniriche “bombe barile” di Assad). E secondo calcoli non adulterati dagli amanuensi occidentali, ogni giorno, dall’inizio dell’offensiva, hanno centrato  centinaia di civili, donne, bambini.

E’ che lì a radere al suolo e a disintegrare erano i buoni e quelli sventrati erano, magari civili, ma pure cattivelli, dato che non stavano con l’Isis, o con Al Qaida, ma a queste avanguardie delle armate curdo-statunitensi  si erano addirittura opposti. Non solo. Se questo massacro indiscriminato, finto anti-Isis, con ogni evidenza serve ad allargare, a spese dell’integrità territoriale siriana, il protettorato Usa del Nord-Est siriano (a fianco di quello turco a Nord-Ovest) da affidare al proconsolato curdo (che ancora “il manifesto” maschera da “Forze Democratiche Siriane composte da circassi, drusi, turkmeni, assiri”, Qui Quo Qua e anche qualche curdo), la pervicacia con cui, dopo l’Isis, gli Usa vogliono svuotare Raqqa delle sue genti di oggi e di sempre, ha anche un altro scopo. Quello di cui gioiscono, campano e prosperano proprio i vari “accoglitori senza se e senza ma” del cucuzzaro di cui sopra.

Quello che prima l’Isis e ora gli Usa vanno facendo a Raqqa, uccidendo e, a chi scampa, imponendo la fuga, è quanto alimenta tutta la filiera della Grande Operazione Migranti. In questo caso non migranti  da angiporto, campi di pomodoro, aiuole davanti alle stazioni, spaccio e prostituzione, mafia capitale, ma da imprese elettroniche, studi di architetti, corsi di matematica, ingegneria meccanica, ospedali e studi odontoiatrici. Trattasi di siriani, mica di contadini africani cui il land-grabbing di Monsanto ha tolto il campetto di sorgo, o che è stato deportato per far spazio  alla diga di Impregilo-Salini.  Quelli che vanno benissimo al Nord,  al suo bisogno di quadri qualificati, come la Merkel del milione di siriani subito sistemati ci insegna. Alla Germania la borghesia siriana istruita, a noi i disperati dei tucul bruciati dalle milizie cristiane sotto padrinaggio francese in Ciad, buoni per il caporalato di cooperativa.

Che te lo dico a fa’: altra prova che Usa e terroristi sono papà e figli
Che ciò che gli Usa e loro giannizzeri curdi, non per caso santini della setta sorosiana dirittoumanista, femminista, omofila, xenofila, vanno facendo a chi è sopravissuto ai loro predecessori jihadisti, è solo il compimento del lavoro a questi ultimi assegnato, lo dimostra una volta di più, la vicenda della giornalista bulgara Dilyana Gaytandzhieva. Autrice di una esplosiva inchiesta, documentata dalle origini alla conclusione,che rivela come per anni la CIA abbia procurato armi all’Isis e ad Al Qaida occultando sotto copertura diplomatica il trasporto di centinaia di tonnellate di armamenti dall’Azerbaijan, fidato alleato, grazie a una compagnia aerea privata “Silk Way Airlines”, in Araba Saudita, Emirati Arabi e Turchia. Da qui i rifornimenti prendevano la via per le roccaforti jihadiste in Siria e Iraq. Armi il cui percorso la Gaytandzhieva ha saputo tracciare, con tanto di video, dalla partenza all’arrivo e all’uso ad Aleppo. In Turchia la base d’arrivo era quella di Incirlik, massimo centro di comando USA e Nato in Medioriente.

Alla fornitura  delle armi la Cia poi aggiungeva l’addestramento dei terroristi al loro uso da parte dei mercenari di una società statunitense di contractors, la Purple Shovel LLC, di cui la giornalista bulgara ha potuto esibire un paio di contratti del valore di 50 milioni di dollari, conclusi con la CIA per questo scopo. L’intera vicenda è stata ripresa dalla tv qatariota Al Jazeera, dopo che, come era da aspettarsi, l’autrice dell’inchiesta era stata interrogata dalla polizia bulgara e, subito dopo, licenziata dal suo giornale “Trud”. La storia è sensazionale, ma non sorprende. Che te lo dico a fa’:  a sensazioni di questo genere siamo abituati fin dall’11 settembre delle Torri Gemelle e da tutto il seguito di False Flag  che  ci hanno dimostrato l’utilizzo del terrorismo come arma-fine-del-mondo da parte di chi si propone, oltreché la fine di un mondo che risparmi solo lui, anche il governo totalitario del mondo che rimane.


Bombe al tritolo e bombe dei buoni sentimenti: stesso bersaglio
La sinergia tra predatori, bombaroli e terroristi, che nel Sud del mondo creano le condizioni (e anche le Ong) per sollecitare la gente che non muore a trasmigrare, costi quel che costi, verso quello che gli viene astutamente prospettato come l’eldorado europeo e, qui da noi, i buoni e caritatevoli che quelle condizioni mistificano facendole apparire ineluttabili, “fenomeno epocale inarrestabile”, guerre e miserie senza padri né madri, è da classificarsi come complicità tra agenti complementari di una stessa strategia criminale. Vale per le Ong di mare e di terra del “nastro trasportatore”. Vale per il papa e Zanotelli. Vale per politici e media di regime che, da un lato, ammantandosi di buonismo solidale, tuonano contro la xenofobia di chi pensa che bisognerebbe regolare i flussi e, dall’altro, ci assordano con  una spropositata visibilità data a misfatti di immigrati, (stupri di somali, congolesi e marocchini).

Visibilità tesa a fomentare quel dissesto socio-culturale che la loro accoglienza senza se e senza ma alberga nella sua matrice e nei suoi scopi reconditi. Fenomenale fabbricazione di chi si propone, per la propria governance politica, militare ed economica mondiale, la spoliazione e lo svuotamento dei paesi delle risorse e, contemporaneamente, la riduzione ai minimi termini della capacità di salvaguardarsi e autodeterminarsi dei satelliti europei (specie del Sud).

A questo proposito è interessante scoprire, in tutto il bailamme che i nostri buoni e caritatevoli agitano intorno al “suprematista” Trump e la da lui fomentata risorgenza fascista, che il loro guru, sponsor, riferimento morale e filantropico, George Soros, come costui rischi di essere dichiarato “terrorista interno” da una petizione lanciata su un sito della Casa Bianca e, nel giro di poche ore, firmata da 60mila persone. Altre 30mila e il governo Usa sarà tenuto a fornire una qualche risposta, eventualmente proponendo una mozione in parlamento.

Soros terrorista e i suoi soci del Russiagate


La pratica delle petizioni alla Casa Bianca venne inaugurato nel 2011 sotto Barack Obama con lo scopo di offrire ai cittadini il modo di interagire direttamente con l’Esecutivo. Divertente è che si ritorca contro la banda degli obamian-clintoniani, tutti tesi a far fuori The Donald, mentre ora si trova sotto accusa popolare il loro agit-prop Soros, che della mobilitazione contro il presidente è il massimo organizzatore e ufficiale pagatore. Imbarazzo per lo Stato Profondo golpista anche da un altro episodio rivelatore. Robert Mueller è un ex-direttore dell’FBI, caro a Bush e a Obama, oggi a capo della commissione d’inchiesta sul Russiagate, l’enorme bufalona che vorrebbe marchiare con la firma di Putin la vittoria di Trump (e anche dissimulare le interferenze degli Usa in ogni elezione che si tenga sull’orbe terracqueo) e che, a dispetto dell’impegno di Mueller, di passo in passo rivela la sua patetica inconsistenza.

Chi ha scelto, Robert Mueller,  come suo assistente nell’inchiesta Russiagate? Un magistrato di chiara e indiscussa indipendenza, non coinvolto, neanche per un’ombra, con una delle parti in gioco? Come no: il nuovo assistente si chiama Erich Schneiderman (talmudista come Soros e come tutti del giro) ed è il procuratore generale di New York. Non solo, è, guarda caso, anche intimissimo della famiglia Soros. Nell’agosto del 2016, prima delle elezioni presidenziali, in una riunione tra Schneiderman, George Soros e suo figlio Alex, venne deciso che il caro Eric avrebbe accusato Trump di truffa. Cosa che avvenne e che il giovane Soros festeggiò con una foto di loro due su Instagram, nella cui didascalia Alex Soros definisce Trump un truffatore e si congratula con il correligionario per averlo inquisito.


Tale è la limpidezza dei procedimenti giudiziari ai vertici dello Stato Usa. Tale è la potenza dell’ebreo ungherese padrino della flotta Ong. Ne avete sentito un accenno nei media nostrani? No? Neppure nel “manifesto” che, pure, chiama George Soros filantropo. Giusto per non chiamarlo papà.

Il passo falso di Hezbollah e Beirut
Il pezzo finirebbe qui. Ma lasciatemi aggiungere una nota di disappunto. In Siria le cose stanno andando alla grande per quel popolo eroico, per quell’esercito dall’incredibile resilienza e bravura, per gli alleati hezbollah, russi, iraniani, per la causa dei popoli e degli aggrediti di tutto il mondo. Stanno andando benissimo anche per il popolo iracheno che, salvo la colonia israeliana del Kurdistan allargato, con le sue validissime milizie popolari e con i suoi soldati di formazione saddamista, ha potuto riprendersi il paese che i noti avvoltoi avevano destinato allo squartamento. Sta andando bene anche al Libano, dove la fortunata collaborazione tra Hezbollah e l’esercito libanese comandato dal presidente patriota Michel  Aoun, è riuscita a liberare le zone di confine, Bekaa e Qalamoun, dall’infestazione Isis e Al Qaida. Tanto da irritare i protettori israeliani di questi carcinomi al punto da pretendere che l’ONU tramutasse il corpo di interposizione UNIFIL in corpo di guardia degli interessi israeliani sul Libano.

Cosa diavolo è venuto in mente a Hezbollah e Beirut, anziché eliminare definitivamente i terroristi, di garantirgli lasciapassare, vita e attività e di spedirli con una colonna di autobus nella provincia di Deir Ez Zor, al confine con l’Iraq, provocando una sconcertata risposta di Al Abadi a Baghdad? Regalando al mercenariato di Usa-Nato-Golfo non solo la possibilità di rientrare nell’Iraq liberato, ma, soprattutto, di andare a rafforzare i compari che da 4 anni assediano Deir Ez Zor, proprio quando l’esercito siriano stava per raggiungerla e liberare una popolazione e una guarnigione tanto eroica quanto stremata.
Verso Deir Ez Zor

Ora gli Usa sembra stiano bloccando la colonna dei 300 jihadisti con famiglie a metà strada. Ma non è che ce l’abbiano con loro e si curino di proteggere l’Iraq o Deir Ez Zor. La preoccupazione è un’altra. E’ ormai deciso che il vecchio corpo di spedizione surrogato di Isis e Al Qaida vada resettato in terrorismo urbano, ove ciò serva ad alimentare lo scontro di civiltà e a costruire con la paura e relativa repressione Stati di polizia. Gli spazi territoriali un tempo affidati al jihadismo, ora spettano ai curdi, più affidabili, meno sputtanati di una truppa di ascari di cui ormai anche le pietre sanno che sono amerikani , garanti istituzionali della frantumazione degli Stati arabi in questione. E amorevolmente sostenuti come campioni di democrazia partecipativa dal cucuzzaro di cui qualche capoverso prima.

Partecipativa con chi?